Dopo le polemiche a conclusione della precedente udienza, non è davvero il debutto migliore che si potesse sperare per oggi. Visibilmente imbarazzato, il presidente comunica alle parti che l’udienza odierna avrà inizio con almeno due ore di ritardo, perché in ritardo è l’ambulanza che deve trasportare Furchì dall’ospedale – dove si trova da alcuni giorni – fino a Palazzo di Giustizia. E due ore (abbondanti) dopo ha inizio un dibattimento che da qualche tempo si trascina stancamente tra diatribe tecnico-processuali e forti dubbi sulle comunicazioni ai testimoni circa il giorno in cui dovrebbero – il condizionale è d’obbligo – comparire in udienza.
“Scusi, lei quant’è alto?”, domanda il PM a un testimone che ha riferito sulla statura dell’omicida. Ribatte la difesa: “sappia che io sono alto un metro e settantuno, ma in questo momento ho le scarpe un po’ alte”. Ci si mettono pure i tacchi maschili, a intorbidire un mistero reso sempre più eterno dai continui equivoci circa il calendario dei testi: che spesso sono ufficialmente citati per una certa data, ma stranamente non compaiono. Il che irrita più che mai una Corte già molto restia alla presenza di così tanti testimoni, anche se si presentassero tutti a tempo debito. Perché molti di loro si sono già presentati in tribunale, quando il processo era ancora per tentato omicidio; e i verbali delle loro deposizioni sono già nel fascicolo di Corte d’Assise. Dunque se dicono le stesse cose è un doppione; se dicono altre cose, PM o difesa contestano; se né PM né difesa contestano, agli atti staranno due deposizioni discordanti. Un guazzabuglio processuale che pare senza fine, come se la verità di questo processo non fosse già così maledettamente difficile da ricostruire già di per sé.
Sul banco dei testimoni, i condòmini di via Barbaroux, 35. Uno dopo l’altra, una vicina di casa e il suo ex fidanzato, che da buon ex la cita cognome e nome come da verbale. La dinamica dell’agguato rivive in aula come in un’antica commedia radiofonica, perché molti hanno udito ma pochi hanno visto. Tra questi il dottor Piras, commercialista, sorpreso dal rumore degli spari mentre pettinava la sua cagnolina. Il primo a soccorrere Musy, e a udirne le parole “In che mondo viviamo, se ti sparano così come se niente fosse…?”. Preciso, il dott. Piras, al punto da meritare i complimenti bipartisan (e della Corte), per il modo in cui ricorda l’ubicazione delle macchie di sangue sul pavimento. Presenza di spirito e lucida memoria, pur nella confessata emozione, davvero lodevoli in chi ode degli spari di primo mattino mentre presta le quotidiane cure all’adorata quadrupede. Ex fidanzati, cagnoline, tacchi maschili: piccoli tasselli tra grandi vuoti, in questo intricato mosaico della verità.
Roberto Codebò
