Quella sfortunata combinazione tra Tokyo, i cinque cerchi e i due zeri


Malinconica puntata di una rubrica che avrebbe dovuto conoscere grande attività quest’estate, e che invece – come ormai tutti sanno – dovrà aspettare un po’…

E’ la quarta volta che un’edizione dei Giochi olimpici estivi non si disputerà nel tempo e nel luogo previsti. Sino a questo momento, nell’ardua e triste impresa di estinguere anzitempo il sacro fuoco d’Olimpia – o di non farlo neppure accendere nel momento convenuto – erano riuscite soltanto le due guerre mondiali. La prima fece saltare i Giochi del 1916, che avrebbero dovuto disputarsi a Berlino; la seconda fece invece saltare i giochi del 1940 e del 1944, che avrebbero dovuto disputarsi rispettivamente a Tokyo e a Londra.

Con l’ormai scontatissima decisione del CIO di ieri, la capitale giapponese potrà così fregiarsi dell’indesideratissimo primato di essere divenuta la prima città del mondo ad aver visto “saltare” le proprie Olimpiadi per due volte. Rispetto alla prima occasione, corpose differenze e notevoli – nonché un po’ inquietanti – analogie.

La principale differenza sta nel fatto che l’edizione del 1940 – al pari di quelle del 1916 e del 1944 – non venne mai recuperata. Nell’elenco dei Giochi olimpici, sono ancora ben visibili i tre “buchi”. Curiosamente, tutt’e tre le edizioni avrebbero dovuto disputarsi nella capitale di una delle principali Potenze belligeranti. Così, la possibilità di quelle città di aggiudicarsi una successiva edizione venne pesantemente influenzata dall’esito dei due conflitti.

Perduta la prima guerra mondiale, onde ospitare – sempre a Berlino -un’altra Olimpiade la Germania dovette attendere il 1936. Se questa era la lezione per aver perso la guerra, in quell’edizione al Germania dimostrò decisamente che tale lezione non era servita a nulla… Più che un’Olimpiade, una kermesse personale di Adolf Hitler, con tanto di celebrazione cinematografica firmata Leni Riefenstahl, svastiche un po’ dappertutto, ebrei discriminati e abbandoni dello stadio da parte del Führer per non stringere la mano a Jesse Owens, che era nero. Nei mesi precedenti, l’aspro dibattito in ogni Paese per decidere se partecipare oppure no, come poi sarà per le Olimpiadi di Mosca del 1980.

Analogamente, il Giappone del 1940 stava già dando inizio alla costruzione di quella che veniva eufemisticamente definita la “Sfera di prosperità comune”, copia un po’ edulcorata del Lebensraum, lo “spazio vitale” caro a Hitler. Dopo aver occupato la Manciuria sin dal 1931, nel 1937 i giapponesi attaccarono il resto della Cina (e a fine 1941 attaccheranno Pearl Harbor). Contrariamente a quanto spesso si crede, i giochi del 1940 non furono quindi subito annullati, bensì riassegnati a Helsinki come sanzione al Giappone proprio per quell’invasione. Solo in un secondo momento – mentre la Finlandia diveniva uno dei primissimi teatri europei del conflitto – quell’edizione venne definitivamente annullata. Con simili premesse, nulla da stupirsi che Tokyo dovesse attendere ventiquattro anni per poter ospitare i Giochi…

Tutt’al contrario, invece, il caso di Londra. Persa l’organizzazione dei Giochi del 1944 e vinta la Seconda Guerra Mondiale, gli inglesi poterono immediatamente rifarsi ospitando l’edizione del 1948, alla quale – per i suesposti motivi – Germania e Giappone non vennero neppure invitate (così come non saranno invitate ai Mondiali di calcio brasiliani del 1950).

Ulteriore differenza rispetto a due di quei tre annullamenti sta nel fatto che nel 1940 e nel 1944 avrebbero dovuto disputarsi anche i Giochi olimpici invernali (che nel 1916 non esistevano ancora). In quegli anni, quando geografia e clima lo consentivano, i Giochi invernali si disputavano non solo nello stesso anno di quelli estivi, ma anche nello stesso Paese. Indi nel 1940 rimase senza Giochi non solo Tokyo, ma anche Sapporo; e, siccome nel dopoguerra l’abbinamento nazionale estivo-invernale andò perduto, il capoluogo dell’isola di Hokkaido si sarebbe rifatto soltanto nel 1972. Per la cronaca, le Olimpiadi invernali del 1944 avrebbero dovuto invece disputarsi nella nostra Cortina (in Inghilterra sarebbe stato un po’ difficile…); la Perla delle Dolomiti si rifarà nel 1956, mentre ora attende insieme con Milano di ospitare l’edizione del 2026. Nel frattempo tira un grande sospiro di sollievo Pechino: visto che dal 1992 olimpiadi estive e olimpiadi invernali sono sfasate, la capitale cinese non si è vista annullare la prossima edizione dei Giochi su ghiaccio e neve, prevista per il 2022. Lasso di tempo utilissimo affinché la Cina si riprenda, dopo essere stata il Paese pilota della pandemia.

Dopo tante differenze qualche veloce, curiosa nonché un po’ inquietante analogia. A Tokyo, decisamente, non porta bene il numero zero. Il precedente annullamento, come visto, riguardò i Giochi del 1940, che nel calendario giapponese era il celebratissimo 2600. Come del resto sanno gli appassionati di storia militare, il più celebre aereo nipponico da caccia della seconda guerra mondiale – il leggendario Mitsubishi A6M – venne soprannominato “Zero” proprio in quanto debuttò in quell’anno così ricco di tale cifra, che non sarà di buon auspicio all’Impero del Sol Levante né sul piano bellico, né sul piano olimpico. Su questo secondo fronte, la storia si ripete ottant’anni dopo con i due zeri del 2020…

Ma c’è di più. Tokyo perse l’organizzazione dei Giochi del 1940 in virtù di un’aggressione alla Cina; quest’anno, l’ha persa in virtù di una pandemia scoppiata in Cina. Degli storicamente pessimi rapporti tra i due Paesi narrava già Marco Polo; oggi, molto è cambiato. Che questa disgrazia globale serva ancor di più a far dimenticare antichi odî, e a ritrovarsi tutti uniti, tra un anno, al cospetto del sacro fuoco di Olimpia.

Roberto Codebò

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