Rapporti tra il Piemonte e la Chiesa Cattolica: duecento anni fa, una fondamentale Bolla papale

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Logo-Magistra-Vitae-300x271 Rapporti tra il Piemonte e la Chiesa Cattolica: duecento anni fa, una fondamentale Bolla papale

Sono passati duecento anni da quando, nel 1817, papa Pio VII riorganizzò le circoscrizioni ecclesiastiche cattoliche del Piemonte. Erano gli anni della restaurazione postnapoleonica, e il ristabilimento dell’effettività autorità del pontefice – dopo gli sconquassi del periodo appena conclusosi – poneva grandi difficoltà in numerosi Paesi. Non così nel Regno di Sardegna, dove il grande accordo con l’autorità civile porta anzi a far coincidere i confini ecclesiastici con quelli civili, trasferendo la diocesi di Novara dalla provincia ecclesiastica milanese a quella vercellese.

Papa Pio VII: Lo Stato Pontificio durante il periodo napoleonico

Indispensabile, in apertura, ricordare le travagliatissime vicende del papa e dello Stato Pontificio a cavallo del periodo napoleonico. Vicende che oscillarono al vento del mutevole atteggiamento francese nei confronti della religione cattolica, e che, per quanto qui ci riguarda, ruotano attorno alla figura di Papa Pio VII, al secolo Barnaba Niccolò Maria Luigi Chiaramonti (1742-1823). Nativo di Cesena, dal 1785 vescovo di Imola e cardinale, Chiaramonti venne eletto papa il 14 marzo 1800 da un Conclave che, tre mesi e mezzo prima, si era dato convegno in condizioni che ben riflettono il momento storico: appena trentacinque cardinali, quasi tutti italiani, riunitisi a Venezia sotto l’ospitalità austriaca (1). Impossibile infatti tenere il conclave a Roma, dove il 15 febbraio 1798 i francesi avevano posto fine al potere temporale di papa Pio VI, dando inizio alla breve esperienza della Repubblica Romana. A quest’ultima, due mesi prima dell’inizio del conclave, aveva già posto fine l’invasione delle truppe del Regno di Napoli; troppo presto, però, per pensare di riunire i cardinali all’ombra della cupola di San Pietro…

Il nuovo pontefice ha una personalità che presto si rivelerà segnata dai tempi durissimi cui andrà incontro:«Se […] talvolta si mostrò facies aquilae per la rapidità de’ suoi voli, e di sue conquiste, pur l’ordinaria natural sua sembianza era facies hominis per la dolcezza, modestia, umanità inalterabile de’ suoi costumi, anzi facies agni, di quell’agnello, che stavasi tamquam occisus in mezzo al trono di Dio, placido, mansueto, umile e muto (2)». Personaggio che, del resto, «ebbe tutto il mondo ammiratore dell’apostolico sua fortezza nel lungo giro d’un penoso pontificato (3)». Della cui penosità si avranno del resto i primissimi segni. Saranno infatti necessari altri quattro mesi perché Pio VII possa prendere possesso dei suoi dominî. L’anno seguente, il concordato con la Francia del 15 luglio 1801 fa sperare che la querelle politico-religiosa con Napoleone sia ormai composta; e in tale scenario si colloca la bolla Gravissimis causis adducimur del 1 giugno 1803, con la quale – come vedremo – le diocesi piemontesi vengono ridotte da diciassette a otto. Ma soprattutto, su tale onda, il pontefice incorona imperatore il Primo Console nella Cattedrale di Notre-Dame il 2 dicembre 1804.
L’illusione di simili nuove consonanze – peraltro sempre governate dalle armi transalpine… – sarà però di brevissima durata: il 2 febbraio 1808 i francesi invadono nuovamente la Città Eterna; con il decreto di Schönbrunn dell’11 maggio 1809, Napoleone annette alla Francia tutti i territorî dello Stato Pontificio; il successivo 5 luglio, le truppe francesi irrompono nel Palazzo del Quirinale e sequestrano Pio VII, che sarà tenuto prigioniero per più di due anni prima a Grenoble, poi a Savona (4), indi a Fontainebleau. Qui, il 25 gennaio 1813 il pontefice viene di fatto costretto a firmare un nuovo, e quantomai umiliante, concordato (5). La lunga cattività viene interrotta soltanto dalla sconfitta napoleonica di Lipsia del successivo 19 ottobre, a seguito della quale Napoleone consente la liberazione dell’illustre prigioniero. Questi, dopo un lungo e tortuoso viaggio, rientrerà definitivamente a Roma il 24 maggio 1814. Ivi, sono vivissime le manifestazioni di giubilo per il ritorno del papa, la cui vicenda è ben sintetizzata da una strofa di una delle tante odi dedicategli:

«In tale orror di tempestosa notte
stassi di Pier la combattuta prora
infranti ha gli arbor suoi, le vele ha rotte
ogni nocchier si turba, e si scolora
Si grideria ‘n mirarla “il mar la inghiotte”
tal dal suo cupo sen furor vien fora
Solo ‘l gran PIO, ‘n cuor suo non sbigottito,
ha certa fè, che ‘l Ciel trarralla al lito» (6).

La restaurazione nello Stato pontificio

Inizia da quel momento, a Roma, un’attività di restaurazione che potrebbe definirsi duplice, così come duplice è la natura del papa: capo di stato e leader religioso. Sul fronte politico-istituzionale, il tutto procede in maniera analoga a quello che sta avvenendo in tutti gli altri territorî europei liberatisi dalla dominazione francese (il 18 luglio 1815, Napoleone è stato intanto definitivamente sconfitto a Waterloo). Tutta diversa, e ovviamente unica nel suo genere, è invece la situazione per quanto riguarda il ripristino dell’effettiva autorità religiosa del papa, nei confronti di territorî storicamente cattolici nei quali la parentesi napoleonica, sul fronte religioso, aveva espletato effetti quantomai degni di nota.
Senza poter qui più di tanto spaziare nella vastità di casi che si produssero (praticamente, uno diverso per ciascun Paese cattolico…), possiamo ricordare quanto avviene a proposito del Regno di Napoli e dell’Irlanda.
Nel primo caso, i rapporti tra Roma e Napoli appaiono quantomai travagliati: ancora il 2 settembre 1817, re Ferdinando I aveva nominato quarantuno vescovi cui il pontefice aveva negato l’istituzione canonica (7). Di lì a poco, i 16 febbraio 1818, si giunge a un faticoso concordato, con il quale la Santa Sede cerca tra l’altro di rimediare al fatto che, “nei dominii di qua dal Faro”, fosse stata alienata “non poca parte dei beni appartenenti alla Chiesa” (8); per altro verso, si concorda di riorganizzare le diocesi di terraferma – sempre di qua dal Faro, dunque –, il che poi avverrà con la bolla papale
De utiliori del 27 giugno 1818. Ça va sans dire, la religione cattolica è (ri)confermata come unica e sola religione dello Stato; il che, se all’ombra del Vesuvio appare ovvio, tale invece assolutamente per i cattolici d’Irlanda, per i quali – attraverso difficili trattative con Londra, cui la verde isola è ancora soggetta – si insegue la difficile emancipazione (9). Altri concordati vengono stipulati con Spagna, Francia, Napoli, Baviera, Prussia (10); mentre nel caso della Polonia si deve procedere con una bolla, non esistendo in quel momento un’entità statuale polacca indipendente (11). Ragioni dunque completamente diverse, per la scelta di un provvedimento unilaterale da parte del pontefice, da quelle che stiamo per constatare in relazione al regno di Sardegna.

I rapporti tra la Santa Sede e il Regno di Sardegna

Completamente diversa l’intera situazione, per quanto riguarda i rapporti tra la Santa Sede e il restaurato Regno di Sardegna. Quest’ultimo, per mano di re Vittorio Emanuele I, è per un paio di decenni teatro di una delle interpretazioni più retrive della Restaurazione: con l’autorità civile che di sua iniziativa si premura di ripristinare il più possibile l’Ancien Régime, la Chiesa non deve fare altro che ringraziare e provvedere di conseguenza. Non è quindi neppure necessario stipulare un nuovo concordato, e rimane pertanto in vigore una serie di accordi stipulati tra Torino e Roma nella prima metà del secolo precedente, quando prima si era intervenuti contro i «supposti eccessi contro l’immunità ecclesiastica che sono stati negati o modificati dal sig. Marchese d’Ormea» (12); poi, col medesimo concordato, si era affrontata la questione delle diocesi il cui territorio stava a cavallo di Stati diversi, con particolare riferimento alla diocesi di Novara (13); e, dulcis in fundo, per effetto di tali accordi re Carlo Emanuele III, «persona[…] pluribus virtutibus et meritis insignita[…], et erga Sanctam Sedem devota[…]»(14) era stato costituito da papa Benedetto XIII vicario apostolico in alcuni luoghi e feudi del regno. Autentico prodromo rispetto alla potestas residua in materia di nomina dei vescovi che sarà riconosciuta a re Vittorio Emanuele I dalla bolla del 1817. Un po’ meno idilliaci, per vero, i toni del successivo – e globalmente molto più importante – concordato del 5 gennaio 1741, con il quale si affronta l’annosa questione dei feudi ecclesiastici nonché della riscossione, in essi, delle tasse pontificie da parte dei gabellieri del Regno di Sardegna. Toni ben testimoniati da una lettera di papa Benedetto XIV al marchese d’Ormea, nella quale il pontefice, dopo aver frettolosamente impartito le benedizioni del caso, passa rapidamente a questioni assai più materiali, auspicando: «…s’insinuasse volere Sua Maestà che nei Stati d’altri, si pratichi quell puntualità nel pagamento delle gabelle, che esige ne’ Suoi…..»(15).

La riorganizzazione delle diocesi

Soltanto una bolla, dunque, per riorganizzare le diocesi piemontesi: la bolla Beati Petri del 17 luglio 1817. Non essendovi – come detto – alcuna tensione politica tra Roma e Torino, la bolla perlopiù non tratta questioni istituzionali o di principio. Scopo precipuo del provvedimento è dunque l’annullamento delle riforme del periodo napolenonico: in particolare, con la già citata bolla Gravissimis causis adducimur del 1 giugno 1803 si era provveduto a grandi accorpamenti di alcune diocesi in altre (16), nonché ad alcuni trasferimenti di competenza (17), così rendendo l’organizzazione territoriale della Chiesa più aderente alla suddivisione amministrativa laica, che negli stessi anni viene organizzata, sul modello francese, in dipartimenti. Il provvedimento, ça va sans dire, è figlio della totale soggezione di Pio VII al determinante francese: la stessa che, come già sappiamo, nel gennaio di quello stesso anno, aveva portato alla sottoscrizione di un concordato quantomai umiliante…
Come sempre accade, però, nel 1817 non si ritorna esattamente allo
status quo ante; in altre parole, la bolla Beati Petri non restituisce un’organizzazione territoriale della Chiesa piemontese identica a quella in vigore subito prima della parentesi napoleonica. Possiamo quindi distinguere tra interventi restauratori e interventi innovatori. Degli uni e degli altri offriamo, qui di seguito, una rapida sintesi.

Interventi restauratori:
– viene ricostituita la diocesi di Aosta, che era stata accorpata alla diocesi di Ivrea;
– viene ricostituita la diocesi di Alessandria, che era stata accorpata alla diocesi di Casale Monferrato;
– viene ricostituita la diocesi di Biella, che era stata accorpata alla diocesi di Vercelli;
– viene ricostituita la diocesi di Susa, che era stata accorpata all’arcidiocesi di Torino;
– viene ricostituita la diocesi di Alba, che era stata accorpata alla diocesi di Asti;
– viene ricostituita la diocesi di Tortona, che era stata accorpata dapprima alla diocesi di Alessandria, poi a quella di Casale Monferrato.

Interventi innovatori:
– viene istituita la diocesi di Cuneo, il cui territorio proviene interamente dalla diocesi di Mondovì;
– la diocesi di Vercelli diviene arcidiocesi. Di essa divengono suffraganee le diocesi di Alessandra e Biella, cui prestissimo – come vedremo – si aggiungerà la diocesi di Novara (oltre alla diocesi di Vigevano, della quale non ci occupiamo in questa sede vista la natura piemontese della nostra rubrica);
– la già citata diocesi di Tortona viene trasferita dalla provincia ecclesiastica di Torino alla provincia ecclesiastica di Genova (la quale – lo ricordiamo – nel 1815 è entrata a far parte del Regno di Sardegna insieme con l’intero territorio della sua antica Repubblica). Per altro verso, tra le diocesi ricostituite quella di Tortona è l’unica a subire profonde modificazioni nel proprio territorio. Tali modificazioni interessano di riflesso, ma con molto minore entità, le diocesi di Alessandria e Acqui.

Nel presente contributo, ci concentriamo sulle vicende delle diocesi di Cuneo e di Vercelli, aggiungendo ad esse la storia del già accennato trasferimento della diocesi di Novara dalla provincia ecclesiastica milanese a quella vercellese. A tali vicende sono dunque dedicati i tre paragrafi successivi.

Cuneo

Per la città di Cuneo, la parentesi napoleonica aveva rappresentato la possibilità di coltivare nuovamente un’aspirazione mai sopita. Storico capoluogo di una provincia vasta per antonomasia (18), la città non era infatti mai assurta anche al luogo di sede vescovile. Forte era da tempo la rivendicazione campanilistica in tal senso, che aveva del resto trovato ottima cassa di risonanza nel fatto che Cuneo fosse stata confermata capoluogo del Dipartimento dello Stura. Se a ciò si aggiunge il fatto che la bolla Gravissimis causis, come detto, mirasse proprio a far coincidere confini politici e confini religiosi, ben si comprende che l’occasione non poteva essere più propizia.
Effettivamente, in sede di prima esecuzione della bolla stessa si prevede di trasferire a Cuneo la sede della diocesi di Mondovì, mantenendone invariati i confini. Ma il progetto viene fatto naufragare da un’accorata levata di scudi della popolazione monregalese, che a tempo di record confeziona un ponderoso memoriale sugli “inconvenienti che nascerebbero dalla traslazione della sede vescovile da Mondovì a Cuneo” (19), nel quale si giunge a sostenere che la traslazione della sede vescovile “è contraria agli interessi della nazione, al bene della religione e al bene pubblico” (20). A titolo di controreplica, a Cuneo si ipotizza di spedire una propria ambasceria a Parigi, in quel momento capitale di un Impero che comprende su per giù mezza Europa; ma, alla fine, l’idea cade nel vuoto (21).
Sarà dunque necessario ai cuneesi pazientare ancora tredici anni, per vedere realizzata la propria aspirazione. Un lungo intervallo durante il quale si verifica un fatto giudicato di buon auspicio: durante il già descritto viaggio da Grenoble a Savona, nei giorni 7 e 8 agosto 1809 papa Pio VII transita proprio da Cuneo, dove la popolazione gli tributa un’accoglienza tanto trionfale, quanto forse non disinteressata…(22).
Di certo, otto anni dopo il pontefice restaurato saprà ricordarsi della città, anche grazie alla provvidenziale nomina del conte Giuseppe Barbaroux (23), cuneese doc, a rappresentante del Regno di Sardegna presso la Santa Sede (24) al precipuo scopo di occuparsi della risistemazione delle diocesi piemontesi (25). Con la bolla
Beati Petri Cuneo non diviene, come ipotizzato nel 1803, sede della storica diocesi monregalese, bensì diviene sede di una diocesi a sé stante: quarantotto parrocchie, compresa Borgo San Dalmazzo, ad onta dei particolari legami di quest’ultima con Mondovì (26), dalla cui diocesi provengono del resto tutte le quarantoto parrocchie in questione…
Al rango di cattedrale viene elevata la chiesa di Nostra Signora del Bosco, la quale, tra l’altro, presenta la caratteristica – molto progressista per l’epoca – di non contemplare la storia divisione tra uomini e donne…(27). Primo vescovo di Cuneo è nominato mons. Amedeo Bruno di Samone (28), subito destinatario di un comando pontificio che non dimentica le lacune infrastrutturali messe spietatamente a nudo, anni prima, dai monregalesi:
Novo autem futuro episcopo cuneensi ex nunc pro tunc onus injungimus curandi modis omnibus ut, quam primum possit in eadem Cuneensi Civitate Seminarium Puerorum Ecclesiasticum erigatur; et hoc quidem no longe assequendum speramus eo, vel maxime quia praelaudatus Victorius Emmanuel Rex pro eximia sua religione, ac pietate, summaque Regii sui enimi liberalitate sponte paratum se ostendit ad nonnulla exhibenda opportuna media, quae ad tale pium opus cito perficiendum conducere posse videbuntur (29). Una delle molte preoccupazioni in una diocesi inedita. Non a caso abbiamo già parlato della connotazione “ribelle” – se si passa il termine – di Borgo San Dalmazzo; e non caso proprio Borgo San Dalmazzo, nel 1820, sarà teatro di una delle più minuziosamente organizzate visite pastorali di mons. Bruno di Samone (30).

Vercelli

«Ad Maiorem itidem omnipotentis Dei gloriam, et Catholicae Ecclesiae splendorem, simulque Christifidelium utilitatem supradictam episcopalem ecclesiam Verceliensem, quae ob multam erectionis antiquitatem, constantis famae calebritatem, plurium eius antistitum sanctitatem, distintumque cleri numerum ac decorem aliis merito supereminet, quaequae sat ampla praenobili civitate ubi amoenoque ornata territorio consistit, praevia illius omnimoda solutione et exemptione a quocumque metropolitico iure, dipendentia ac subiectione archiepiscopali ecclesiae Taurinensi, cui ad praesens suffragatur, de specialis gratiae dono ad archiepiscopalis metropolitanae Ecclesiae sub titulo S. Eusebii primi illius sedis episcopi et martiris cum suo capitulo a quatuor dignitatatibus et viginti duobus canonicis efformato, gradum et dignitatem extollimus (31)».
Poche parole sono necessarie per rimarcare pompa e sostanza con cui il card. Solaro, dando esecuzione alle bolle Beati Petri e Cum per nostras, promuove la diocesi di Vercelli ad arcidiocesi. Troppo lungo atteso riconoscimento alla più antica diocesi del Piemonte, la cui istituzione da parte di Sant’Eusebio, che di essa è vescovo eponimo, nell’anno 345 precede d’una cinquantina d’anni l’istituzione delle sedi vescovili di Torino e di Novara.
Su tale primato storico, nel corso dei secoli, aveva prevalso il prestigio delle arcidiocesi di Torino e di Milano. Storicamente suffraganea di quest’ultima, nel 1803 la cattedra di Sant’Eusebio cade anch’essa nelle riforme dettate dalla bolla
Gravissimis causis adducimur: essa transita sotto la provincia ecclesiastica torinese; riceve il territorio della diocesi di Biella, che era stata istituita soltanto nel 1772 (32); riceve altresì alcune parrocchie dalle diocesi di Ivrea, Casale e Novara, mentre ne perde alcune in favore di Torino (33).
Tale transizione da una soggezione a un’altra non sembra certo la via migliore per conquistare una propria supremazia; ma, come già sappiamo, sono anni di rapidissimi rivolgimenti, nei quali si creano veloci contingenze storiche atte ad appagare istanze vecchie di secoli. Nel 1817, più che mai in favore di Vercelli gioca la particolarissima, e più volte sottolineata, consonanza tra il potere pontificio e la corona sabauda, che, in nome dei mille meriti pomposamente sottolineati dal passo che abbiamo citato in apertura di paragrafo, viene così gratificata di una seconda sede arcivescovile.
Sul punto, occorre sottolineare che l’erezione al rango di arcidiocesi comporta l’istituzione di una correlata provincia ecclesiastica. Dopo anni di soggezione a Milano, e dopo la breve parentesi sotto Torino, Vercelli si trova così a capo di un territorio che comprende le diocesi di Alessandria, Biella e Casale Monferrato. Ma non è tutto:
ad majus pastorum et fidelium commodum, praefato etiam Victorio Emmanuele id exoptante (34), per effetto della bolla Cum per nostras del 26 settembre 1817 divengono suffraganee di Vercelli anche le diocesi di Novara e di Vigevano. Per la vicenda della diocesi novarese, come preannunciato, rimandiamo al paragrafo successivo.

Novara

Sappiamo già che della diocesi di Novara non si occupa la bolla Beati Petri. E si comprende, giacché, in quel momento, la cattedra di San Gaudenzio fa ancora parte della provincia ecclesiastica milanese. Ricordiamo infatti che la città di Novara è transitata dallo stato milanese al Regno di Sardegna soltanto nel 1733; per undici anni, la diocesi è stata addirittura spaccata tra i due stati, visto che l’alto novarese – odierna provincia del Verbano-Cusio-Ossola – diviene piemontese soltanto nel 1744. Una fase molto particolare dello spinoso problema del «ballo dei confini» – ecclesiastici e politici – a cavallo del Ticino, che, come già sappiamo, era già stato affrontato con il concordato del 1727.
Dal 1744 in poi, la diocesi di Novara si trovava ormai pressoché interamente – la coincidenza tra confini ecclesiastici e politici non è mai perfetta – in territorio del Regno di Sardegna. Saranno però necessari settantatré anni affinché la Chiesa si adegui a ciò. Il che avviene con la bolla
Cum per nostras del 26 settembre 1817, la quale ordina la dismembratio ecclesiarum Novariensis et Vigevanensis a jurisdictione metropolitica archiepiscopi Mediolanensis eorumque subiectio ecclesiae Vercellensi.
Autore della bolla, anche in questo caso, papa Pio VII. Fatto che, del resto, si ricollega con i particolari rapporti del pontefice con il vescovo di Novara, cardinale Giuseppe Morozzo della Rocca. Questi, nato a Torino il 12 marzo 1758, vanta infatti grande tradizione al servizio di papa Pio VII nonché del suo predecessore Pio VI, sotto il cui regno era stato governatore di Perugia dal 1795 al 1797. Fu poi segretario del conclave veneziano che, come sappiamo, nel 1800 elesse Pio VII al soglio pontificio; accompagnò a Roma il nuovo pontefice e, ivi – anche grazie all’amicizia personale con il segretario di stato card. Consalvi – si rese protagonista di una carriera più che mai brillante: da nunzio apostolico del napoleonico Regno d’Etruria nel 1802 (35), sino a membro di due distinte congregazioni della Santa Sede nel 1814. Prologo questo alla dignità cardinalizia, conferitagli nel 1816 (36).
Rispetto a tutto ciò, la nomina a vescovo di Novara di un card. Morozzo ormai cinquantanovenne si potrebbe definire – se si perdona l’espressione – una sorta di Oscar alla carriera. A fronte di tutto ciò, del resto, non stupisce se qualche anno dopo il card. Morozzo, parlando di sé con l’immancabile
plurale maiestatis, dirà: «Allevati noi alla scuola di Pio VII di santa e immortale ricordanza, di quel gran Pontefice, che nelle massime avversità mostrò la più estesa ed assicurata fidanza nel patrocinio di Maria Addolorata, la cui miracolosa assistenza ebbe più volte a sperimentare presentissima…» (37)
Dobbiamo a questo punto notare che la subordinazione di una diocesi suffraganea a una diocesi metropolitana poco toglie al rapporto sempre assai diretto – perlomeno in Italia – tra ciascun vescovo e il pontefice. Ma ciò non esclude che la transizione dalla provincia ecclesiastica milanese a quella vercellese porti con sé talune conseguenze concrete. In una delle sue prime visite pastorali da arcivescovo di Vercelli, mons. Grimaldi
comitatus est usque ad extra oppidum nomine etiam Excellentissimi Domini Cardinalis Episcopi Novariensis… (38). Ma sarà comunque necessario parecchio tempo affinché si estingua il corposo retaggio milanese: il 24 aprile 1818, il vescovo fa rimando ai concili provinciali di Milano presieduti da san Carlo Borromeo per l’esatta osservanza della legge sinodale sulle congregazioni dei parroci e dei sacerdoti.
Per altro verso, in occasione del fondamentale sinodo del 1826, si ribadisce la suddivisione in quattro zone: Ossola Superiore ed Inferiore; Vicariati di Cannobio, Lago Maggiore, Arona, Meina, Riviera di S. Giulio e Invorio Inferiore; Valsesia; Basso Novarese (39). Aspetto di grande continuità rispetto ai decenni precedenti, e che del resto rispecchia una multiformità della diocesi novarese da sempre rispecchiata dalle rivendicazioni autonomistiche locali, delle quali ci siamo occupati nella precedente puntata (clicca qui per leggere).
Molto più interessante, ai nostri fini, appare il rapporto con l’autorità civile: in altre parole, il modo in cui, attraverso i rapporti con la diocesi, il potere politico gestisce questa delicata terra situata sulla calda frontiera del Ticino, e storicamente devota a chi nei secoli si è avvicendato al governo del Ducato di Milano.
Una sottile partita politico-istituzionale che si giocherà nel corso dei travagliati decenni che conducono verso la prima guerra d’indipendenza. Si pensi al modo in cui, il 29 ottobre 1841, un card. Morozzo ormai ottantaquattrenne – che morirà cinque mesi dopo – comunica alla propropria diocesi che «si è degnata S.M. Di farci partecipare la lietissima notizia che seguì in Vienna la conclusione del Matrimonio si S. A. R. il Duca di Savoja Augusto […] con S.A.I. e R. l’Arciduchessa Adelaide d’Austria. […] Un tale consolantissimo annunzio comunichimo a V.S. Rev.da incaricandola di significarlo al suo popolo, il quale per la devozione che professa al Sovrano che ci governa, e che da tutti è acclamato qual comun Padre de’ fortunati suoi sudditi, è ben giusto che sia associato al gaudio che per tale faustissimo evento universalmente esperimenta» (40).
In parallelo a tutto ciò vanno poi le questioni legate a uno Stato sabaudo che tenta di organizzarsi secondo i nuovi parametri burocratico-amministrativi mutuati dalla parentesi napoleonica, ma che, in materia di stato civile, non riesce ad affrancarsi dalle storiche competenze parrocchiali. Le Regie Patenti del 20 giugno 1837 prescrivono così che «i registri parocchiali di nascita, battesimo, matrimonio e morte devono essere tenuti in modo uniforme in tutti i dominii continentali di Sua Maestà. A questo effetto i paroci si serviranno dei registri che loro saranno rimessi dai rispettivi Ordinari diocesani, cui il Reale Governo li farà a tal uopo giungere, stampati in carta libera a spese de’ Comuni». Pronto il riflesso a Novara (in questo caso, non diversamente da quanto accade nelle altre diocesi): il 14 settembre 1837 mons. Morozzo compendia in un unico provvedimento le Regie Patenti citate, nonché l’istruzione della «Sacra Congregazione pegli Affari Ecclesiastici straordinarii», raccomandando ai parroci la tenuta dei registri in base a quanto disposto (41)
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Considerazioni conclusive

A qualcuno era forse capitato di domandarsi perché numero e confini delle province siano così diversi da numero e confini delle diocesi. Come si è visto, tra chi s’è posto questo quesito vi furono anche i rivoluzionari francesi. Il modello transalpino – ovviamente in nome della sua confessa laicità – seppe definitivamente attecchire soltanto in campo civile, dove – nonostante ogni tentativo di restaurazione – «timbrò» per sempre diritto e Pubblica Amministrazione del Regno di Sardegna (nonché, dopo il 1861, del Regno d’Italia). In campo ecclesiastico, personalità e peso della Chiesa Cattolica finirono per riaffermare il modello prerivoluzionario, pur se anche all’interno del clero non erano mancate le spaccature tra chi propendeva per l’Ancien Régime e chi – tipicamente, più in basso – simpatizzava per il motto «Liberté, Fraternité, égalité».
Tanto per cambiare, tutto ciò finì per intrecciarsi con accidenti storici, antichi campanilismi, immarcescibili gelosie locali. Dietro un presente che pare scontato, non manca mai una molteplicità di vaste e complicate vicende
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Roberto Codebò

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NOTE

(1) Dopo l’abbattimento della Serenissima Repubblica di Venezia da parte dei francesi, la città e numerosi suoi antichi dominî erano stati ceduti all’Austria con il trattato di Campoformido del 17 ottobre 1797.
(2) Così nell’opera Alla santità di nostro signore papa Pio Settimo riassunto al trono di San Pietro (Solenne accademia tenuta in RA il 18 aprile 1814), Ravenna, Roveri, 1814, p. 7.
(3) Alla memoria di Pio VII, Roma, Bourlié, 1824, p. 3.
(4) Nel tragitto verso Savona, il pontefice trascorrerà una notte a Cuneo. Tappa che, come vedremo infra, avrà una qualche importanza nelle vicende di cui qui ci occupiamo.
(5) Come vedremo, alla medesima fase di totale soggezione al potere politico appartiene la bolla che, pochi mesi dopo, ridurrà drasticamente i numero delle diocesi piemontesi.
(6) VIVIANI, Al regnante sommo pontefice papa Pio VII per il suo glorioso ritorno in Roma, Roma, Poggioli, 1814, strofa n. 7.
(7) NASELLI (a cura di), Storia della Chiesa, Torino, SAIE, 1975, XX/2, p. 599.
(8) MERCATI, Raccolta di concordati su materie ecclesiastiche tra la Santa Sede e le Autorità Civili, Roma, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1919, p. 626.
(9) NASELLI (a cura di), cit., XX/2, p. 661.
(10) COGNASSO, voce “Pio VII”, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, Ente per l’E.C. e il LLIbro Cattolico, 1952, IX, P. 1507.
(11) MERCATI, cit., pp. 638 ss.
(12) Concordato tra il Regno di Sardegna e la Santa Sede del 24 marzo 1727 / 21 febbraio 1728, AST, Corte, Materie ecclesiastiche, materie ecclesiastiche per categorie, Concordati e indulti pontifici, m. 5, n. 6.
(13) Ibidem. Il problema della coincidenza tra confini ecclesiastici e i confini civili in relazione alla diocesi di Novara, come vedremo infra, sarà definitivamente risolto proprio con i provvedimenti pontificî del 1817.
(14) AST, Corte, Materie ecclesiastiche, materie ecclesiastiche per categorie, Concordati e indulti pontifici, m. 5, n. 2.
(15) AST, Corte, Materie politiche per rapporto all’estero, Lettere ministri, Roma, m. 199.
(16) Storia religiosa delle Valli Cuneesi – La diocesi di Cuneo, Cuneo, Curia Vescovile, 1968, p. 152.
(17) Vedremo in particolare che la bolla trasferisce la diocesi di Vercelli nella provincia ecclesiastica torinese.
(18) Provincia granda, o anche soltanto Granda, è infatti soprannominata la Provincia di Cuneo.
(19) Storia religiosa delle Valli Cuneesi, cit., p. 154.
(20) GAZZOLA (a cura di), Cuneo: una diocesi e una città, Diocesi di Cuneo, 1998, p. 21.
(21) Storia religiosa delle Valli Cuneesi, cit., p. 155.
(22) Storia religiosa delle Valli Cuneesi, cit., p. 156.
(23) Luigi Giuseppe Barbaroux (1772-1843). Precoce nella carriera di avvocato dopo essersi laureato a soli diciassette anni, dopo il citato incarico presso la Santa Sede sarà nel 1831 nominato Guardasigilli del Regno di Sardegna. In tale veste presiederà la Commissione per la nuova codificazione. Simile incarico gli causerà peraltro l’astio dell’opinione pubblica, facendolo cadere in disgrazia. Progressivamente defilatosi dalla vita pubblica, Barbaroux si suiciderà l’11 maggio 1843 gettandosi da una finestra nella via torinese che oggi porta il suo nome.
(24) Storia religiosa delle Valli Cuneesi, cit., p. 164.
(25) ORSENIGO, Vercelli Sacra, Como, Ferrari, 1909 (rist. anastatica in Vercelli, EOS, libreria Giovannacci, 1995), p. 22.
(26) GAZZOLA, cit., p. 26.
(27) Relazione sulla Cattedrale di Cuneo del 1819, ASDC, Visite pastorali, 8, 71-107.
(28) Mons. Amedeo Bruno di Samone (1754-1838). Nato a Torino e ivi ordinato sacerdote nel 1776, fu docente di teologia presso la locale facoltà. Fu ordinato vescovo a Roma il 5 ottobre 1817, e la nomina alla diocesi di Cuneo sarà dunque la sua prima ed unica, poiché di essa rimase titolare fino alla morte, avvenuta il 21 dicembre 1838.
(29) Litterae apostolicae ss. d. n. Papae Pii VII pro erectione et circumscriptione sedium archiepiscopalium et episcopalium in, p. dictionibus augustissimi regis Victorii Emmanuelis, Torino, Davico e Picco, 1817, p. 31.
(30) ASDC, Visite pastorali, 8, 71-107.
(31) Provvedimento esecutivo delle bolle Beati Petri e Cum per nostras a firma del card. Solaro, 20 ottobre 1817, ACVC, Atti capitolari (1807-1824), m. 29, ins., n. 1.
(32) ORSENIGO, cit., p. 21.
(33) MEZZADRI, TAGLIAFERRI, GUERRERO (a cura di), Le diocesi d’Italia, Torino, San Paolo, 2008, III, p. 1387.
(34) Provvedimento esecutivo delle bolle Beati Petri e Cum per nostras a firma del card. Solaro, 20 ottobre 1817, ACVC, Atti capitolari (1807-1824), m. 29, ins., n. 1. V. anche ORSENIGO, cit., p. 21.
(35) In quello stesso anno, Morozzo venne preconizzato arcivescovo di Tebe in partibus. Carica meramente onorifica che, essendo però ad personam (e non figlia della sede presieduta), gli varrà per sempre il titolo arcivescovile, che negli anni che ci interessano, secondo una prassi in voga all’epoca, sarà cumulato con quello vescovile. Nei documenti qui citati, Morozzo si fregia dunque del titolo di “arcivescovo vescovo”.
(36) Voce “Morozzo della Rocca, Giuseppe” in http://www.treccani.it/enciclopedia/morozzo-della-rocca-giuseppe_(Dizionario-Biografico)/
(37) ASDN, Vescovi, Morozzo, Editti e Circolari, m. V, 2, 47.
(38) ASDC, Visite pastorali, 8, 71-107.
(39) ASDN, Sinodi, Atti e Decreti, Sinodo Morozzo (1826), m. II, 1, 7.
(40) ASDN, Vescovi, Morozzo, Editti e Circolari, m. V, 2, 47.
(41) ASDN, Vescovi, Morozzo, Editti e Circolari, m. V, 2, 47.