
Da questa sera fino al 23 dicembre al Teatro Carignano uno dei testi più conosciuti di Shakespeare: il Riccardo III. Uno spettacolo, adattato da Federico Bellini e messo in scena da Antonio Latella, vede come protagonista Vinicio Marchioni. Ne abbiamo parlato con Federico Bellini.
Bellini, lei che lo ha tradotto, dove ha ritrovato la forza principale di questo testo shakespereano?
Beh, diciamo che di forza ne è molta. Stranamente è un testo giovanile di Shakespeare, anche se siamo abituati a pensarlo come uno dei caposaldi della sua letteratura. Per cui sì, la sua valenza di classico, che ovviamente ha oggi, in realtà va anche vista alla luce di un corpus molto maggiore, ovviamente, di tutte le opere shakespeariane. La forza, probabilmente, per noi è nella capacità della parola di raccontare il male, sostanzialmente, anche in forma seduttiva e non soltanto con la brutalità.
Ecco, cosa si ricerca quando si cerca di adattare un testo del genere? Cioè, si cerca una certa connessione con la contemporaneità o si lavora maggiormente sui temi o sui personaggi?
No, come accade spesso con Shakespeare, la contemporaneità è sostanzialmente già data dal testo, ovvero, è un testo inattuale, nel senso che è sempre attuale. Questo vale per Hamlet come vale per Riccardo III. Sono testi che sono immortali, in quanto immortali, in qualche modo, sono certamente legati a un periodo storico, ma raccontano anche l’uomo che è oggi. Shakespeare è ovviamente il maestro di tutti, per cui una contemporaneizzazione di Shakespeare al tempo stesso talvolta è inutile, perché già nelle parole di Shakespeare c’è quello che noi stiamo vivendo.

Ci può fare un esempio?
Nell’ultimo monologo che sentirete di Riccardo, sembra il monologo di un leader populista di oggi, in realtà è un un monologo che Shakespeare indirizza ai soldati e sembra un discorso fatto oggi da un leader populista. Non c’è bisogno di essere molto attenti, anche filologici a volte, nel cercare di restituirne almeno una parte della grandezza del bardo, perché ovviamente restituirlo tutto è impossibile.
Il regista Antonio Latela, con il quale collabora da tempo, ha detto che la sua traduzione di questo testo le permette di giocare con i tempi e con i ritmi quasi da commedia. In che senso?
Traducendolo, parlo per esperienza personale, per quello che mi è capitato, mi sono accorto che, soprattutto nella zona iniziale, c’era un sarcasmo e una capacità di giocare con le parole e anche di leggerezza. L’andamento quasi wildiano della prima parte, è dovuto a questo. Questa è forse una delle difficoltà maggiori di Riccardo III, perché è vero che è un classico, ma è anche vero che parla spesso di episodi che sono realmente accaduti, modificati anche da Shakespeare, ovviamente a seconda della drammaturgia, che il pubblico inglese conosceva molto bene, perché è ambientato comunque in Inghilterra. C’è una differenza, ad esempio, con Hamlet, che è più diretto da un certo punto di vista anche per la semplice ambientazione e le rimarche, piuttosto che in Inghilterra, quindi parla di qualcosa che il pubblico inglese tecnicamente non conosceva, (6:10) mentre Riccardo III parla di qualcosa che il pubblico inglese conosceva molto bene.
C’è anche una parte riguardante il ruolo del femminile che in questo testo sembra avere una certa importanza. Nella vostra versione viene sottolineato questo aspetto?
Sì, direi che è uno dei punti più eclatanti dello spettacolo. Le donne sono le portatrici delle maledizioni. C’è un’alternanza tra maledizione e seduzione, maledizione e gioco politico. Sono quelle che alla fine, attraverso il grande discorso della Duchessa di York, cioè della madre di Riccardo, riescono a sconfiggere Riccardo III. In realtà con gli uomini ha vita facile, con le donne molto meno, perché sono regine portatrici di una parola, anche politica, molto forte. Un termine che le collega alla natura, un termine che in qualche modo maledice Riccardo e lo riporta alla forza che ha la natura su tutte le machinazioni degli uomini, che sono sempre inferiori e di grado inferiore rispetto al divenire naturali.

In chiusura le chiedo perché invita il pubblico a seguire questo spettacolo che dalla prossima settimana sarà al Teatro Carignano?
Spero ci siano molti i motivi. Per tante ragioni.La prima ovviamente è perché in tutto Riccardo, non solo nel personaggio, riconosciamo una sete di potere che è assoluta. Al di là della deformità fisica, c’è qualcosa che riconosciamo abbastanza chiaramente, quello che potremmo definire un eroismo. E’ un eroismo politico, di una scesa al trono.Al tempo stesso, in modo ancora più profondo, cercare di riflettere su quali siano le radici del male. Che è un male che si annida forse anche nella bellezza, non soltanto nella bruttezza, nella cupezza, ma ha un carattere anche seduttivo e dunque più pericoloso. Perché non si riconosce subito, ma si riconosce in un secondo momento. E ti può in qualche modo ingannare più facilmente rispetto a un male espresso in modo diretto. Questo credo che per i tempi attuali sia molto attuale, ma è come esce a esprire sempre. In questo caso, per quello che sta avvenendo nel mondo, credo sia abbastanza eclatante.