Scavolini, ovvero: da cucina a fucina… degli ultras

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Logo-bobo-da-tre2-150x150 Scavolini, ovvero: da cucina a fucina... degli ultrasNella seconda giornata dei Final Eight di Coppa Italia, i quarti di finale si confermano scarsi di emozioni: eccessivo anche oggi, in entrambi i match, il divario tra le due formazioni in campo. Soprattutto tra Pesaro e Venezia: che, privata di ogni interesse da un pronostico più che mai scontato, finisce per farsi notare più per lo scontro – altrettanto impari – tra le rifoserie.

Storica piazza cestistica italiana, Pesaro è una di quelle città italiane nelle quali lo sport egemone non è il calcio. Senza l’ombra di quest’ultimo, spazio a una passione popolare per il basket che dura da sempre; e che ha portato a Torino un sonoro centinaio di tifosi organizzati. E meno male che, secondo Mason Rocca, l’Olimpia Milano – in assenza di squadre torinesi – avrebbe dovuto giocare praticamente in casa…. Le pesaresi schiere prendono posto nel secondo anello dell’Isozaki e, da prima ancora dell’inizio del match, iniziano un indiavolato festival del tifo organizzato. Con amplissimo ricorso a striscioni e sarcasmi di stretta derivazione calcistica (usati ad esempio per inneggiare contro gli storici rivali di Bologna, eliminati ieri); il tutto unito a un apparato di effetti acustici classicamente da palazzetto, che culmina nell’utilizzo di sirene tipo polizia a sottolineare – e scoraggiare – il possesso di palla da parte degli avversari. Che, del resto, possesso di palla ne fanno poco; e la Scavolini non deve neppure preoccuparsi di tirare da tre (****), tanto le è facile dominare sottocanestro. Finisce 90-70, per la gioia di un’autentica fucina di ultras cestistici che, sin dal 1974, si fregiano del marchio di una cucina.

Marques Green, 163 centimetri, lillipuziana genialità condita da una bella dose di punti ad alimentare dieci minuti di sogni della Sidigas Avellino. La quale, in materia di tifosi, non ha nulla da invidiare a quanto abbiamo detto di Pesaro: anzi, i tifosi sono fors’anche più numerosi, fatto eclatante tenuto conto della geografia (anche se il cuore irpino batte anche, ovviamente, tra non pochi residenti all’ombra della Mole). Numerosi e appassionati, ma in fin delusi, ché il blasone di Cantù – rivitalizzato da qualche anno a questa parte – finisce inevitabilmente per prevalere. Fine dunque dei quarti, alias dei tiri al piccione; da domani, con le semifinali, forse debutta l’equilibrio.

Roberto Codebò