Sentenza Furchì: adrenalina, schermaglie, femmes non fatales

Posted On 25 Nov 2015

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Le schermaglie durante il breve ma intenso dibattimento di appello erano state qualche volta al si sopra delle righe. Gli avv. Pittelli e Zancan, nella scorsa udienza, se ne eran dette di santa ragione. La requisitoria di Marcello Maddalena era stata fervida e ferma. Prima ancora, la relazione del presidente della Corte era stata ampia e esauriente, quasi come l’arringa difensiva del prof. Pecorella.

Toni intensi e vividi, in un appello che portava con sé tutta la tensione di un primo grado che era stato… quasi doppio: prima il dibattimento in tribunale per il tentato omicidio, indi – dopo la morte di Musy – il trasferimento in Corte d’Assise con tutti i problemi che ne derivarono: prove date per acquisite, prove ripetute, prove confermate. Una complicazione tecnica – il fatto che per omicidio tentato e omicidio consumato siano competenti giudici diversi – che aveva fatto da contorno alla complicazione oggettiva. La gigantesca ricostruzione di ogni possibile background al gesto omicida – l’università, la politica, Arenaways -, nonché la complicatissima ricostruzione fattuale del gesto stesso. Firmato da quell’uomo chiamato Casco, che anche secondo la sentenza d’appello si identifica con Francesco Furchì.

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L’attesa della lettura del dispositivo, oggi, dura più del previsto. Da un lato, le spontanee dichiarazioni mattutine dell’imputato durano solo un paio di minuti, in contrapposizione alla prolissità di ogni precedente discorso in aula da parte di Furchì. Dall’altro, l’orario preannunciato delle 15,30 slitta di oltre un’ora. Quando il cancelliere avvisa di ciò i presenti, in aula 6 ci sono solo poche anime. Angelica, la vedova Musy, ne viene a sua volta avvisata da qualche cronista e risale al pian terreno, aggiornando cognata e legali di parte civile. Il nervosismo si tramuta in incredulità: sarà vero…? Certamente, ma talvolta è difficile digerire l’idea di ulteriori sessanta minuti (abbondanti) di attesa.

Imputato maschio, dibattimento di donne. Maria Battaglini e Mariarosaria Ferrara fan le veci di Pittelli e Pecorella come in tante tante udienze. Valentina Zancan trasfonde l’adrenalina in energia fisica, scuotendo vigorosamente un distributore automatico che si ostina a non mollare le bottigliette d’acqua testé acquistate. Caterina Furchì – sorella dell’imputato – entra ed esce dall’aula, da quell’angolino dal quale ha seguito in discreto silenzio ogni minuto dei due gradi (e mezzo) di giudizio. Antonella Musy – sorella dela vittima – e Angelica chiacchierano come sempre con l’inseparabile terza amica. Davvero un inno al cherchez la femme, antico e sempre valido strumento di risoluzione di tanti misteri. Ma quella femme fatale chiamata prova decisiva, stavolta, non s’è fatta vedere; solo tanti tanti tanti maschietti chiamati indizi: chissà come li interpreterà la Corte d’Assise d’Appello…

“La Corte d’Assise d’Appello di Torino […] ha pronunciato la seguente sentenza”. “Sentenza” e non “ordinanza”: le prime parole della Corte escludono perizie ulteriori. E basta poco altro per chiudere il discorso: “…conferma la sentenza di primo grado…”. Qualche cronista schizza fuori dall’aula per lanciare i primi flash (là sotto, Internet prende poco o nulla), rinunciando a sentire le condanne ai risarcimenti e rinunciando a sentire l’imputato che per l’ennesima volta proclama la sua innocenza, venendo portato poi subito via. Il drappello dei giornalisti si ricompatta prima attorno a Maddalena, poi attorno a Zancan, poi attorno ad Angelica. Che come sempre ringrazia tutti cronisti compresi; più che un filo di voce parlano gli occhi, specchio di sofferenza e soddisfazione mai catalizzate da spirito di vendetta. “Adesso vado dalle mie figlie a spiegare tutto….”. Isabella, Maria Luisa, Bianca e Eleonora come sempre sono rimaste a casa; disgraziatamente, non insieme a papà.

Roberto Codebò

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