
Le riflessioni che seguono sono di carattere non tennistico, bensì storico e geografico. Giusto per capire un po’ meglio come mai cotanto fenomeno gareggi per i nostri colori, e in quale modo il fenomeno stesso sia oggi percepito da noi, e dalle sue parti.
Durante la finale degli Australian Open, la regia italiana ha spesso “staccato” su un locale di Sesto (BZ) nel quale si faceva un tifo sfrenato per Jannik Sinner. Il cui avversario – si badi bene – era tedesco: certo di origine russa, ma nato in Germania e dunque ben lontano da certi recenti escamotage aggiraputin. Una situazione – quella di Sexten – che la dice tutta circa le stranezze e le possibili contraddizioni insite in un atleta di madrelingua tedesca che gareggia per i colori azzurri.
Tanto per inquadrare la vicenda, notiamo che le nostre città sono piene di vie e piazze dedicate a Trento e a Trieste, mentre non si parla quasi mai di Bolzano. Alle porte della Prima Guerra Mondiale, i nostri irredentisti miravano alla conquista del cosidetto Welschtirol, vale a dire il Tirolo di lingua italiana, corrispondente all’odierna Provincia Autonoma di Trento. Quello che allora si chiamava molto significativamente Deutschtirol, vale a dire l’odierna Provincia Autonomia di Bolzano, fu promesso agli italiani dalle Potenze occidentali come benefit per la partecipazione dell’Italia al conflitto a fianco di Parigi e Londra, ma – contrariamente alla Dalmazia sul fronte orientale, oggetto di analoghe promesse solo in parte mantenute – non rappresentava assolutamente un baluardo dell’italianità, ché, a nord della splendida Stretta di Salorno, di italiani non vi era praticamente traccia.
Dopo vent’anni di politiche fasciste a base di tedesco vietato nelle scuole e toponimi italiani inventati a tavolino, quei territori parevano destinati a tornare a casa loro con la fine della Seconda Guerra Mondiale, anche perché dopo l’8 settembre – come abbiamo spiegato parlando delle Fosse Ardeatine – la provincia di Bolzano era già stata praticamente annessa al Terzo Reich. Senonché, nel 1945 non si voleva alimentare la consistenza della Germania testé debellata né di un’Austria che in quel momento era occupata dall’Armata Rossa. Immediatamente, i Governi della nostra Repubblica provvidero a consolare gli altoatesini delusi; d’altro canto, Alcide De Gasperi in persona era nativo della Provincia di Trento, donde un occhio più che mai di riguardo sotto forma dell’apposito istituto delle Province Autonome e – rimanendo al caso dell’Alto Adige – di un rigoroso bilinguismo imbevuto di privilegi invidiati dalle minoranze di tutto il Pianeta.
Sul fronte sportivo, tutto ciò è sempre stato sotto gli occhi di tutti specialmente – com’è ovvio – a proposito degli sport invernali. Attraverso decennî in cui anche a Bolzano e dintorni scoppiavano le bombe, la questione era non poco delicata. Scherzava Enzo Biagi più di trent’anni fa sul fatto che il nostro miglior sciatore di quell’epoca avrebbe dovuto chiamarsi Grab, che in tedesco significa… Tomba. Una volta tanto, i fans azzurri dello sci non erano costretti a tifare per atleti dal cognome impronunciabile e dall’accento molto colorito. Poi, Jannik Sinner.
Non vi è dubbio che, da tre decennî a questa parte, la globalizzazione abbia contribuito molto a poterci far sentire così nostro un ragazzone rossiccio dell’Alta Val Pusteria. Vi è anche qualche fortunata coincidenza: Jannik è nome di battesimo che suona familiare agli appassionati di tennis grazie a Yannick Noah (grafia diversa; identica pronuncia); e il cognome Sinner suona non tanto tedesco quanto inglese – lingua in cui, lo saprete, significa “peccatore” – ed è sicuramente un po’ più facile da pronunciare rispetto a Plankensteiner, Oberkircher, Unterhofer e altri cognomi lì del posto… Per altro verso, Sinner parla italiano con un palpabile accento di quelle parti, ma comunque molto più nostrano rispetto a certi sciatori o bobbisti, il che lo rende molto più alla mano nelle interviste nonché negli innumerevoli spot pubblicitari dei quali è protagonista.
Analoghi risultati – potremmo dire – se, rovesciando la prospettiva, si ritorna in quel locale di Sexten inquadrato oggi durante la finale. Caduti i controlli di frontiera, e adottato l’euro, gli altoatesini si sono sentiti molto più liberi di ricucire gli antichi legami con Vienna. Non parliamo soltanto della Repubblica Austriaca, ché le Montagne più belle del mondo sono ormai percorse da sciatori e motociclisti cechi, slovacchi, ungheresi e polacchi, proprio in virtù dell’antica koiné asburgica. In tale contesto molto più rilassato e cosmopolita, perde importanza il fatto che Sinner sia di passaporto italiano: molto di più pesa il fatto di essere originario del luogo, indipendentemente dalla bandiera che vi sventola. Tipico alleggerimento della componente nazionale e nazionalista sul quale non poco ha pesato, nel 1996, l’ingresso dell’Austria nell’Unione Europea, che ha di fatto posto fine a ogni possibile rivendicazione sull’Alto Adige da parte del Governo di Vienna, nonostante tale tema non sia del tutto scomparso dalla politica locale.
Naturalmente, tutto ciò non ha fatto venir meno certi monumenti pantirolesi sul Passo del Rombo o davanti alla stazione di Merano; né, sul fronte opposto, è venuto meno il pregiudizio in virtù del quale quelle genti dovrebbero parlare italiano perché “siamo in Italia”. Come al solito, sul carro del vincitore si va tutti d’accordo; chissà se, anche in un doposinner, all’ombra delle Montagne più belle del mondo non vi sarà qualcuno in meno che vuole a tutti costi parlare italiano, e qualcuno in meno che finge di non conoscerlo.
Roberto Codebò