States si ricomincia. Doverosamente (e piacevolmente) dalla Grande Mela

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New York, 15 novembre

Otto ore per attraversare l’Oceano, due ore per arrivare dall’aeroporto alla Fifth Avenue. Perché New york è anche e soprattutto questo: folle e roboante per il modo in cui ti esplode addosso (dotta citazione da una frase di Nick Nolte ne “Il principe delle maree), e per questo splendida in ogni sua forma di manifestazione. Anche quando – come in questo caso – la sosta è soltanto di poche ore, dalle 1730 circa (tempo effettivo depurato delle due ore di cui sopra) fino al mattino seguente.

Perché non è New York il nucleo di questa nuova serie di Globetrotter. Nel settembre dell’anno scorso, concludemmo dalla Grande Mela il nostro reportage sul coast to coast “alla rovescia” (vale a dire dal Pacifico all’Atlantico); e oggi riprendiamo da Manhattan le fila del grande tema statunitense. Nonché in generale extaeuropeo, ché in questi quattordici mesi (per i miei standard, un’eternità) il vostro cronista-viaggiatore è rimasto insolitamente confinato tra le mura del Vecchio Continente. Da cui ora finalmente esce in direzione del sudovest degli Stati Uniti, come meglio vedremo tra poco. Dunque, la Grande Mela è soltanto lo stop di una sera, neanche sufficiente per andare a respirare l’aria della baia – e salutar quella madama con fiaccola che ivi regna – con l’aiuto dello Staten Island Ferry. Meglio stare raccolti nel quadrilatero Empire State Building – Times Square – Central Park – Chrysler Building, quadrilatero al centro del quale, del resto, sta la nostra base newyorchese.

Siccome Times Square non è già di per sé abbastanza caotica, hanno pensato bene di aprirvi un cantiere nel bel mezzo. Così chi arriva da Bryant Park non può svoltare nella 6th avenue ma deve girare da Broadway, creando un imbottigliamento di pedoni che non ha nulla da invidiare a uno di veicoli a motore. I quali, del resto, a New York hanno spesso la peggio rispetto ai pedoni stessi. La passeggiata verso Central Park fa angolo sul Rockfeller Center. Intorno alla pista di pattinaggio, la nostra solita parata di bandiere degli stati dell’Unione. Ideale lavagna per ripassare la lezione di questa nostra nona impresa a stelle e strisce: domani in aereo a Saint Louis, Missouri; poi in auto verso Arkansas, Oklahoma, uno spizzico di Texas, New Mexico, Arizona, Nevada, Los Angeles. In altre parole, la solita gitarella fuori porta…

C’erano una volta due ragazze che si chiamavano Thelma e Louise. Al secolo, Geena Davis e Susan Sarandon. Partirono da Little Rock credendo di andare a pesca; alla fine, furono ripescate loro nel Grand canyon dopo esservisi gettate con l’auto pur di non consegnarsi alla polizia. Esistono fior di siti che ricostruiscono l’immaginario itinerario delle due fanciulle; da essi, l’idea di questa nostra nona impresa a stelle e strisce. Della quale vi parleremo meglio nelle prossime puntate. Per il momento, salutiamo il prologo newyorchese ben consci che non faremo mai un intero ciclo di reportage sulla splendida infinita magia della Grande Mela. Del resto, non sarebbero sufficienti venticinque puntate.

Roberto Codebò

(1 – continua)