Tanta volontà, poca mischia. Ma per il rugby azzurro è sempre festa

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Logo-Kama-te-kama-te-ka-ora-300x184 Tanta volontà, poca mischia. Ma per il rugby azzurro è sempre festa

“La morte, la morte, la vita”. E’ il significato delle prime parole della Haka, il ballo più famoso del mondo dello sport, che va in scena subito prima di ogni partita degli All Blacks neozelandesi. “Kama te, kama te, ka ora“, segno di resurrezione e purificazione attraverso lo sforzo estremo di uno sport tanto maschio quanto leale. Sport che, in Italia, ha visto centuplicare la propria notorietà in un solo paio di decenni. I match del Sei Nazioni all’Olimpico di Roma muovono tutta Italia (tanto da aver per l’appunto dovuto essere traslocati dal più piccino stadio Flaminio); e questi test match autunnali non solo da meno, con un Olimpico torinese che – grazie anche stavolta a tifosi provenienti da ogni dove della Penisola – oggi bissa il pienone ottenuto in Italia-Argentina di cinque anni fa, precedente epifania sabauda della nazionale della palla ovale.

Da quando il torneo delle Cinque Nazioni è diventato a sei proprio grazie all’ingresso degli azzurri, questi ultimi hanno collezionato una triste serie di cucchiai di legno, poco invidiabile trofeo destinato agli ultimi classificati di ogni edizione, vedendo però fiorire qualche vittoria qua e là (siccome queste prime righe sono dedicate ai meno esperti del settore, ci permettiamo di ricordare che nel rugby – come in quasi tutti gli sport – non esiste il pareggio). Così l’idea di affrontare gli australiani, che un tempo era come se la squadra di basket della parrocchia facesse un giretto in NBA, è diventata sempre meno extraterrestre per il quindici azzurro, che l’anno scorso, a Firenze, ha perso con i Wallabies soltanto di tre punti, 22 a 19.

L’olimpico di Torino si riempie come previsto, e si riempie di un pubblico non certo di curiosi, bensì di appassionati competenti. Lo si intuisce chiaramente dagli atteggiamenti degli spettatori, in particolare di quelli più vicini all’azione; che sottolineano le giocate con evidenti segni di palato fine che peraltro nulla tolgono all’entusiasmo di fondo. Lo stesso con cui i trentamila hanno cantato l’inno di Mameli sulle note della fanfara della Brigata Alpina Taurinense (che ha la caserma proprio qui dietro). Un entusiasmo che va alle stelle quando, dopo un quarto d’ora, gli azzurri sono sul dieci a zero. Un bel piazzato e una meravigliosa meta in velocità sul versante destro, sulla quale il boato dell’Olimpico si fa assordante. Tutti sanno che questa musica durerà poco, ma carpe diem

Gli avanti australiani tentano di folleggiare, ma i nostri li fermano con buona autorità. Altra musica quando si va in mischia aperta, dove il nostro pack cede alla spinta dei Wallabies che vanno così in meta tre volte – sempre sulla spinta della mischia per l’appunto – trasformandone due. E’ il 19-10 del primo tempo; che nel secondo tempo si trasformerebbe in una specie di scoppola – con altre quattro mete e un piazzato per gli australiani – se il cambio di quattro avanti azzurri su otto non restituisse al pack azzurro una migliore credibilità. Dopo aver subito nella prima metà della seconda frazione, i ragazzi di Brunel si installano a due metri dalla linea australiana e , tra due mischie chiuse e qualche contestazione, a furia di spingere vanno in meta senza però trasformarla.

A questo punto i Wallabies innestano la sesta. In tre minuti, un piazzato e due mete trasformate. Gli azzurri ritoccano il risultato in extremis: sempre grazie a una mischia ritrovata va in meta lo stesso Allan, che però non trasforma. Il pubblico sfolla mesto ma non troppo, commentando in accenti di tutta l’Italia del Nord. Le inflessioni sono varie, ma il pensiero è uno solo: se nel primo tempo la mischia avesse funzionato come nel secondo, il risultato sarebbe stato più simile a quello dell’anno scorso a Firenze….

Roberto Codebò