Tra archi veri o metaforici, “non si trattien lo strale”

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Logo-non-si-trattien-lo-strale3-236x300 Tra archi veri o metaforici, "non si trattien lo strale"

Voce dal sen fuggita / più ritirar non vale / non si trattien lo strale / quando dall’arco uscì“, diceva anni fa un professore di liceo a uno studente che, accortosi di aver dato una risposta sbagliata, pretendeva invano di ritrattare. Ma questa versione poetica del classico “La prima risposta è quella che conta” firmato Mike Bongiorno non è che uno degli infiniti esempi che ci ricordano come arco e freccia siano tra gli oggetti i concetti più saldamente radicati nella nostra cultura. Dall’arco di circonferenza (con tanto di cegorda) in geometria, all’arco voltaico in elettrotecnica, fino agli a tutto sesto e a sesto acuto in architettura (e chissà perché quest’ultima si chiama proprio così…?). E non molto cambia se si passa a colei che dell’arco è sempre stata l’inseparabile compagna. La quale, collocata in riposo da tutte le guerre dopo l’arrivo del fuoco e del piombo, si è insostituibilmente riciclata come indicatore di direzione, ma non solo: dall’automobilista che mette la freccia per girar di qui e di là; al negoziatore che sa di avere molte frecce al proprio arco; fino al verbo “sfrecciare”, che ci ricorda come la compagna dell’arco sia stata tanto a lungo l’unica opera dell’uomo capace di raggiungere certe velocità (“Ma una notizia un po’ originale / non ha bisogno di alcun giornale / come una freccia dall’arco scocca / vola veloce di bocca in bocca“, cantava in “Bocca di rosa” Fabrizio de André).

Poesia, geometria, elettrotecnica e architettura a parte, di quegli archi e di quelle frecce non rimane più molto, fossero essi di Robin Hood o dei Sioux. Gli attrezzi che, in questa settimana torinese, hanno fatto passerella tra la Palazzina di Stupinigi e piazza Castello sono casomai simili a piccole astronavi con ali che un po’ ricordano un paio di sci da fondo. Astronavi a bordo delle quali i nostri azzurri nononbso hanno saputo volare particolarmente in alto: nessun italiano nelle finali individuali, con la robusta consolazione di un oro e un bronzo nelle prove a squadre (bronzo agli uomini e oro alle donne); e la piccola giunta di un oro nella prova mista a squadre del compound (che è gara minore, non essendo inclusa nel programma olimpico, ma fa comunque sempre piacere).

Davvero affascinante, comunque, questa settimana arcieristica torinese. Nella quale il cronico problema del tiro con l’arco – il fatto di essere sport dalla scarsa presa sul pubblico per il suo elevato tecnicismo e la mancanza di gesti tecnici spettacolari – è stato risolto nel migliore dei modi. Azzeccando l’alternanza dei siti di gara (Stupinigi e piazza Castello, per l’appunto), i quali hanno consentito di incorniciare l’evento in siti tali da garantire comunque un notevole interesse generale, il quale è stato solo in parte scheggiato dall’insopportabile calura che ha accompagnato a lunghi tratti i momenti di gara.sarebbe a questo punto arbitrario e giornalisticamente pretestuoso affermare che i mondiali di Torino rappresenteranno un nuovo lancio della disciplina. Nonostante essi siano giunti in coda a due olimpiadi in cui gli arcieri azzurri hanno fatto ben parlare di sé, ovviamente tra un paio di giorni nessuno si ricorderà più di nulla.

Tranne noi, ai quali tutto ciò ha fatto tornare in mente quella bella poesiola con la quale abbiamo aperto il pezzo. Il cui primo verso – “Non si trattien lo strale” – è diventato tout-court il titolo di questa nuova rubrica. Rubrica che vi farà compagnia di qui in poi, ogni qualvolta avremo da fare qualche commento un po’ pungente ai fatti dei quali ogni giorno ci occupiamo. Intendiamoci: “Fuori Udienza” e i nostri punti calcistici resteranno sempre loro; ma, visto come gira certe volte il mondo, non è male che il cronista disponga – è proprio il caso di dirlo – di qualche freccia in più al proprio arco.

Roberto Codebò