
Sei coppie, un single. Questa la suddivisione dei tredici membri del nostro gruppo. Chi sia il single, lo lascio immaginare ai miei venti lettori: Roberto-san, come dicono da queste parti, il quale deve proprio avere in fronte la scritta “Viaggiatore di professione”, o qualcosa del genere. Sarà per questo che Yoshiko, guida di Tokyo, mi consegna la busta contenente i biglietti del treno con le tratte dei giorni successivi, da consegnare alla sua collega di Tokyo. Abbiamo detto “treno”, e subito incombe su di noi lo Shinkansen, nome originale del treno-proiettile (che di esso non è traduzione). Proiettile di straordinaria precisione non soltanto negli orari, ma anche nelle soste, in quanto notoriamente, dall’alto dei suoi 250/300 chilometri all’ora, riesce a entrare in stazione inchiodandosi con le porte esattamente in corrispondenza dei segni tracciati sul marciapiede. Con la Freccia Rossa, a far centro così non riuscirebbe neppure Robin Hood… A parte ciò, lo Shnkansen ostenta banchine da ferrovia suburbana e interni da treno russo a lunga (proprio il caso di dire lunga) percorrenza, nel senso che le vetture sono molto larghe. Per salire in carrozza, obbligatorio mettersi in fila indiana in ordine di posti; consigliato un lieve inchino quando si varca la soglia. Siccome sono l’unico single del gruppo, accanto a me imbrocco una graziosa fanciulla islamica con piglio da ammiratrice. Il capo coperto accentua la sensualità dello sguardo, ma è sempre meglio far tesoro dell’antico adagio “donna velata mai baccagliata”…
Si narra che il Monte Fuji sia alquanto timido, e tenda pertanto a mostrarsi soltanto in rare occasioni. Detto, fatto. Scesi dal treno a Shizuoka, raggiungiamo in funivia un santuario situato a poca distanza dalle pendici del più celebre ed alto vulcano giapponese. Ma dalla finestra panoramica del vicino hotel in cui consumiamo un sintetico pranzo tipico giapponese si vede soltanto una coltre di foschia. Per la nostra clip di commento dobbiamo quindi servirci della foto del Monte Fuji strategicamente piazzata lì accanto, e ricorrere all’aiuto di Nitsuko, graziosissima receptionist che si presta a fungere da camera(wo)man. Mentre le spiego come tenere la telecamera, il suo dolce profumo incanta il poeta; il quale però si guarda bene da inaugurare il principio “donna nipponica sberla elettronica”…
Nessun tipo di tentazione viene invece suscitato dalla chiattosa assistente che ci riceve alla stazione di Kyoto e sfreccia fuori dalla medesima mettendo in difficoltà i membri più attempati del gruppo. La frenesia dei ritmi è compagna quasi inseparabile di questo popolo, che pure sa essere all’occorrenza così liturgico nelle consuetudini sociali. Il tutto ovviamente con differenze locali messe in evidenza da quell’esercizio di campanilismo che non conosce confini: secondo Kyoko, guida di Kyoto, la gente della capitale ha dei modi di fare da samurai, mentre nella stessa Kyoto e a Osaka si vive più rilassati. Detto, fatto: la visita della città avviene a ritmi da shopping compulsivo, perché alle 1730 scade il contratto del bus “e qui i contratti sono seri”. Per fortuna nel Palazzo Imperiale non ci sono mobili, così si fa prima a spiegare… Scherzi a parte, Kyoto ben rivela la propria connotazione maggiormente tradizionale, coi suoi ampi ed ariosi giardini attorno agli innumerevoli templi. In tutto ciò, il vostro cronista-viaggiatore si perde nel dedalo di tradizionalissime viuzze attorno al Tempio Kodaiji, giungendo all’appuntamento col gruppo con due minuti di ritardo. Da queste parti, feriscono l’onore più di due fendenti di katana…
Roberto Codebò
(2-continua)
