Un convegno sulla disprassia

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Venerdì 29 novembre e sabato 1 dicembre, nell’Aula Magna del Rettorato, in via Verdi 8 a Torino, si parlerà di disprassia.

La disprassia è annoverata come disturbo neurologico “minore”, che può però comportare ripercussioni importanti sullo sviluppo e sulle capacità del bambino interagendo con abilità richieste nella vita quotidiana, in particolare, con la scrittura, il disegno e il calcolo.

La disprassia abbraccia diversi aspetti che vanno da quelli strettamente legati alla coordinazione motoria, a quelli che investono le funzioni adattive durante i vari stadi dello sviluppo.

Già nel primo anno di vita possono essere rilevate difficoltà nella prensione e deficit dei movimenti delle mani e delle dita. In molti casi si è in presenza di un’ipotonia degli arti superiori più marcata rispetto all’ipotonia generalizzata e a quella degli arti inferiori. Spesso sono associati disturbi percettivi e visuo-spaziali, problemi di attenzione e di comportamento, nonché problemi di apprendimento.

Difficoltà di coordinazione motoria e componenti disprattiche di diversa entità sono presenti nel 5-6% della popolazione scolastica (nel 2% in forma severa).

Non esistono specifiche indagini e ricerche epidemiologiche riguardo alla disprassia in Italia, ma a livello internazionale i ricercatori sottolineano indicatori di frequenza che vanno dal 6 al 10% nei bambini nelle prime fasce di età (in particolare Francia, Regno Unito, Svezia, Singapore, Stati Uniti).

L’eziologia della disprassia è ancora poco definita: nella pratica clinica, attraverso un’accurata raccolta anamnestica, si riscontrano bambini disprattici, che possono avere genitori che hanno avuto gli stessi problemi (familiarità, fattori genetici). Nel 50% dei casi si sono rilevati problemi durante la gravidanza o nel parto, come lievi anossie perinatali, senza segni conclamati di patologia e spesso non riportati nella cartella clinica.

L’esperienza clinica evidenzia che il bambino con disprassia evolutiva, manifesta lentezza esecutiva sia nelle attività della vita quotidiana che nelle attività scolastiche.

Va ricordato che nei casi di disprassia “pura” di tipo primario il livello cognitivo è di solito nella norma, ma spesso il carico di frustrazione, rispetto alla consapevolezza del proprio deficit, è tale da portare questi soggetti verso disturbi della sfera emotiva.

Una diagnosi precoce e il trattamento riabilitativo del disturbo consentono il sicuro recupero delle abilità e della carriera scolastica dei bambini. Il non riconoscimento del problema o una diagnosi tardiva possono portare alla cronicizzazione del disturbo e a fallimenti nelle prestazioni scolastiche, con gravi conseguenze anche sul piano emotivo.

Il convegno “La disprassia in età evolutiva: un modello di integrazione multidisciplinare” è tra i primi in Italia sull’argomento e coinvolge specialistici medici e tutte le figure professionali che si occupano dei piccoli pazienti con disordini neuropsichiatrici e riabilitativi.

Si rivolge, in particolare, a medici chirurghi specialisti in Neuropsichiatria infantile e pediatria, psicologi, logopedisti, terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, ortottisti e fisioterapisti, e prevede il riconoscimento agli iscritti di 12 crediti ECM.

L’Università di Torino (organizzatrice del convegno) è stata tra le prime in Italia ad avviare un percorso formativo per terapisti della neuropsicomotricità nell’età evolutiva, di cui il professore Roberto Rigardetto è presidente e coordinatore.