Un triste revival torinese, per fortuna senza nessun lenzuolo

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Logo-Fuori-Udienza1-300x131 Un triste revival torinese, per fortuna senza nessun lenzuoloIl sipario sulla giornata dell’attentato ad Alberto Musy cala con una prognosi ostinatamente riservata: per rispetto della famiglia – ha detto il direttore sanitario delle Molinette, prof. Iodice – e quindi forse più per ragioni politiche che mediche. Sta di fatto che, mentre scriviamo, Musy non è ancora ufficialmente fuori pericolo di vita.

Uno scenario che riporta Torino bruscamente indietro di almeno trentacinque anni. Quando l’agguato sotto casa (o sotto il luogo di lavoro) era l’ossessione di politici, sindacalisti, giornalisti. Ma, poiché Musy prima di essere politico era ed è avvocato, la prima data che balza alla memoria è il 28 aprile 1977. Giorno in cui le Brigate Rosse uccisero l’avvocato Fulvio Croce, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino, la cui unica colpa era quella di aver dovuto assumere la difesa d’ufficio dei brigatisti sotto processo a Torino, i quali avevano progressivamente ricusato tutti i difensori loro nominati.

L’urlo dell’attentatore che chiama la vittima; la vittima che si gira; i colpi esplosi; il sangue sul marciapiede che imbratta il lenzuolo con il quale è stato coperto il cadavere, dal quale quasi sempre spunta almeno una scarpa e che giace in mezzo ai cerchietti tracciati col gesso attorno ai bossoli dei proiettili. Fortunatamente in questo caso il cadavere non c’è; né vi è un’altra costante di quei tempi, la rivendicazione dei terroristi che parlava di «servo dello stato», di rivoluzione proletaria e di lotta all’imperialismo delle multinazionali. Un gergo che all’epoca andava per la maggiore, e che puntualmente si è ripresentato a contornare i periodici tentativi di rifondazione dell’estremismo brigatista.

Questa volta, come detto, nulla di tutto ciò. Ed infatti pare per ora che la pista più plausibile non sia quella politica, bensì quella professionale. Qualcuno – ad esempio – che abbia cercato di vendicarsi contro un curatore fallimentare da lui giudicato troppo severo.

Ma la prima giornata di una cronaca come sempre frammentaria, incerta e contraddittoria ha finito per concentrarsi più sugli aspetti medici, con annesse ipotesi sulle effettive modalità di commissione dell’agguato. Della prognosi ostinatamente riservata abbiamo già parlato; e, nel frattempo, è cominciato l’immancabile giallo dei proiettili.

Perché, da sempre, il conto delle pallottole non quadra mai con quello delle ferite: sono almeno quarantanove anni, vale a dire dall’assassino di John Fitzgerald Kennedy, che nelle ricostruzioni più o meno ufficiali i proiettili aumentano o diminuiscono di numero, descrivono improbabili sterzate o zig zag per colpire qui e anche là, e qualche volta stazionano addirittura per aria tra una ferita inflitta e l’altra, quando non spariscono da soli dai corpi per non venire mai più ritrovati. E così si favoleggia di una scheggia nella testa, anche se quella ferita pareva causata dalla caduta di Musy; si parla di un proiettile asportato e di uno non ancora asportato; e naturalmente si cerca di capire quanti colpi siano stati esplosi, sperando che almeno non siano in numero inferiore rispetto a quelli andati a segno…

Domani, alle 1215, il terzo bollettino dichiarerà sperabilmente fuori pericolo Alberto Musy. Quanto alle indagini, saranno ancora sicuramente a trecentosessanta gradi, e nessuna pista sarà trascurata. E sicuramente, a margine della conferenza, i cronisti si rimbalzeranno la girandola dei numeri sui colpi esplosi dall’attentatore. Il triste revival della Torino degli anni di piombo continua; senza però rivendicazioni deliranti e – grazie al cielo – senza quel lenzuolo macchiato di sangue sul marciapiede.

Roberto Codebò