Una decisione difficile. Ovvero: chi può appellare e chi non più

Posted On 28 Gen 2015

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2 / Dopo la sentenza

Verso la fine della pausa dettata dal ritiro dei giudici in camera di consiglio, la maxi aula 4 prende un aspetto molto diverso da quello della mattina. Con Erri De Luca qualche aula più in là, e con tutti che sapevano che la sentenza Furchì non sarebbe arrivata in mattinata, all’inizio erano venuti in pochini. Verso le 13, l’esercito dei fotografi è già appostato – come sempre – sul fianco sinistro dello schieramento, da dove è possibile prendere da vicino accusa e parti civili, nonché zoomare su Furchì approfittando del provvidenziale arco disegnato dalla prima fila dei banchi. I colleghi giornalisti occupano già quasi interamente l’ultima fila, sicché prendiamo posto proprio dietro sorella e vedova Musy (al secolo, lo ricordiamo, Antonella e Angelica). Quest’ultima dispensa gentilmente caramelle alla mora a chi si sente un po’ nervoso, come l’avvocato Zancan lì di fianco e come il sottoscritto. Il collega Giambartolomeo, alla mia sinistra, giustamente mi invita alla a maggior tranquillità mentre scatto qua e là quasi a caso creando fastidiosi ronzii. Perché tutto ciò, si dirà….? Il fatto è che il processo puramente indiziario, nel quale pende da parte della pubblica accusa la richiesta dell’ergastolo, è roba da mettere alla prova le coronarie dei più esperti e navigati. Persino Meo Ponte, che ha visto queste e molte altre, sembra non riuscire a stare fermo…

Il dott. Capello, presidente della Corte, aveva annunciato un possibile ritardo rispetto all’orario, del resto orientativo, delle 13:30. Scoccata tale ora, ogni minuto riga di nuovo sudore i visi un po’ di tutti. La particolarità è proprio questa: il più emozionato non appare Francesco Furchì; o almeno, per lui, sarebbe ovvio. Al contrario, stupefacente appare il modo in cui il giallo di questo omicidio ha stregato chi da sempre lo ha seguito attraverso un iter insolito: prima in tribunale, poi in Corte d’Assise, quando la morte di Musy ha trasformato l’omicidio da tentato in consumato con conseguente cambio del giudice competente; e conseguente secondo giro attraverso un ballo di testimonianze attraverso tutti i pianeti della grande galassia Musy. Dall’Università alla politica, da Arenaways a molto altro. Fino a toccare mondi paralleli in tutti i sensi, come quei servizi segreti fattisi vivi per mezzo di un loro sedicente collaboratore esterno – al secolo, Pietro Altana – venuto a predicare il suo verbo nella veste di ex compagno di cella di Furchì, raccontando dettagli personali di quest’ultimo belli quasi quanto quelli snocciolati a suo tempo dalla sua ex moglie…

Il campanello che preannuncia l’ingresso della Corte rompe il velo della tensione come la punta di un coltello appoggiata su un telo di lino tirato allo spasimo. Quando nelle parole del dott. Capello echeggia il verbo «condanna», i colleghi delle agenzie iniziano a lanciare. Tertium non da(ba)tur, e si sapeva: o assolto, o ergastolo. Nessun applauso, nessun grido, e si sapeva; ma, proprio davanti a noi, Antonella e Angelica si voltano l’una verso l’altra: scoccano d’istinto due baci sulle guance rigate di lacrime, di quelli che non si danno tra cognate ma tra sorelle. Perché tali sono sempre state, in due anni di processi. Sempre una accanto all’altra, tra forti silenzi e piccole chiacchiere. Per la prima volta, esplode in aula l’emozione che poi è tensione che si scioglie; ma è un’esplosione – anch’essa! – silenziosa. Lo stile si nota anche e soprattutto in questi momenti.

Questa mattina, scrivendo prima della sentenza, davamo praticamente per scontato che la vedova di Alberto Musy non avrebbe rilasciato interviste. Sbagliato. Mentre già la difesa di Furchì preannuncia lo scontato appello, il grosso dei cronisti aspetta Angelica dove lei deve transitare per forza, né lei è tipo da tirarsi indietro anche se ne farebbe volentieri a meno. Dolcemente sottovoce come nel suo stile, commenta molto in breve e conclude: “Ringrazio anche a nome delle mie figlie”. Per Isabella, Maria Luisa, Bianca e Eleonora, la persona offesa dal reato si chiamava papà. Avverso quell’imperfetto, purtroppo, non vi è appello alcuno.

Roberto Codebò

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