
E’ usanza, da qualche anno, che la gara conclusiva di una rassegna sportiva sia una gara femminile (oppure mista, come tra poco vedremo). Non fanno eccezione queste Universiadi: a Pragelato, da dove scriviamo, si è già svolta questa mattina la 20 km di fondo tecnica classica maschile; la gara femminile – proprio mentre scriviamo – è invece in corso di svolgimento, ed è l’ultima sulle nevi in questi Giochi.
Dietro a tale ormai consolidata prassi di avere una passerella finale in rosa, una politica sportiva delle pari opportunità che ha percorso tantissima strada dal 1896, anno di nascita delle Olimpiadi moderne. Già in quei primissimi anni lo sport si poneva all’avanguardia su tale fronte, ché a quei tempi era già grandissima cosa il fatto che le Olimpiadi non fossero precluse alle donne, come invece lo erano molte altre cose. Le atlete per decenni rappresentarono però una percentuale bassissima dei partecipanti: appena 48 donne contro 2359 uomini alle Olimpiadi di Stoccolma 1912 (estive: quelle invernali non esistevano ancora). Nel 1956, ai Giochi estivi di Melbourne, 376 donne contro 2938 uomini; ma nello stesso anno, ai Giochi invernali di Cortina, già 132 contro 690. Ulteriore passo avanti decisivo nel giro dei successivi vent’anni: nell’estate del 1976, a Montréal, 4824 uomini e 1059 donne, idealmente capitanate dalla principessa Anna (figlia della Regina Elisabetta), che disputò le gare di equitazione. La grande stagione del femminismo aveva lasciato il segno, ma comunque meno di un’atleta ogni quattro atleti maschi. Ancora molto lontano dalla sostanziale parità (5842 a 5633) raggiunta a Parigi 2024 e non soltanto.
Si tratta di un cammino che presenta aspetti molto più ampî rispetto alle aride cifre di cui sopra. Dietro di esse, naturalmente, l’evoluzione del ruolo sociale della donna e – correlativamente – del suo fisico (l’evoluzione biologica segue sempre quella sociale). Le valchirie di oggi sono ben lontane dalle fatine che scendevano in campo e in pista decennî e decennî fa. La statura media femminile è aumentata molto di più di quella maschile, al pari del numero di scarpe e – in versione sportiva – delle masse muscolari. Tutto ciò è stato causa ed effetto della sempre più vasta e intensa attività sportiva in rosa, un tempo del resto molto ostacolata da tristemente noti pregiudizi di tipo sociale e fisiologico. Una simile evoluzione si coglie non solo nei termini strettamente numerici di cui sopra, ma anche e soprattutto nell’ampliamento delle discipline e delle specialità disputate dalle donne, il quale a sua volta ha compiuto i maggiori passi molto più tardi di quanto si sarebbe tentati di credere. Incredibile ma vero: fu necessario attendere fino alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 per assistere alla prima Maratona femminile a cinque cerchi, che rischiò peraltro di essere anche l’ultima. Un’atleta svizzera entrò nel Memorial Coliseum piegata in due, sull’orlo del collasso, e qualcuno sostenne che il cimento di Fidippide dovesse rimanere appannaggio maschile…
Superata tale impasse iniziale, si consolidarono conquiste sportive in tema di pari opportunità che avevano ad oggetto non soltanto la Maratona, ma anche – per rimanere all’atletica leggera – i 10.000 metri, i 3.000 siepi e il lancio del martello. A parte però qualche rarissima ed antica eccezione quale il doppio misto nel tennis, sarebbe dovuto trascorrere ancora qualche decennio perché uomini e donne scendessero in campo e in pista nel quadro di una stessa gara. Ben lo si è visto in queste Universiadi nel fondo, nel biathlon e nello slalom parallelo. Ruolo pilota su tale fronte è spettato non solo – come sempre – all’atletica leggera, ma anche al nuoto. In pista, la staffetta 4×400 con due uomini e due donne; in vasca, quella che in italiano viene bizzarramente chiamata 4×100 “mista-mista” (traduzione obbligata dall’inglese mixed medley), essendo tale sia quanto agli stili, sia quanto al genere. Curiosa, su tale fronte, l’evoluzione tecnica e regolamentare: a Tokyo 2020, in una frazione della 4×400 vi furono tutte donne tranne un solo uomo; nella mista-mista di Parigi, hanno primeggiato le squadre che hanno schierato gli uomini nelle prime due frazioni, garantendo alle ragazze il vantaggio di gareggiare in posizione di vantaggio, e quindi non in mezzo alle onde avversarie. Resta però la facoltà di distribuire liberamente i generi sulle frazioni, garantendo quella coesistenza di uomini e donne in un medesimo contesto che è lezione non solo di sport, ma anche di vita quotidiana.
Fino a quarant’anni fa – come visto – si dubitava seriamente che il fisico femminile potesse reggere la leggendaria distanza di 42,195 km. Oggi, è la Maratona femminile – e non più quella maschile – a chiudere i Giochi Olimpici estivi. Mentre in campo e in pista le donne viaggiano spedite, in certe case sembra non accadere altrettanto. Fino agli anni Ottanta, come visto, non esisteva il lancio del martello al femminile; oggi, quel pesante attrezzo meriterebbe di essere dato in testa a qualche maschietto un po’ “retrogrado”. Trattasi ovviamente non di istigazione alla violenza, bensì di mozione contro la vigliaccheria.
Roberto Codebò