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Venezia: storia di una rivoluzione e dei suoi rapporti con Torino

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Logo-Magistra-Vitae-300x271 Venezia: storia di una rivoluzione e dei suoi rapporti con Torino

Un orgoglio repubblicano duro a morire, che rifiorisce nei giorni più caldi dell’empito risorgimentale; e un rapporto dunque con la futura prima capitale dell’Italia unita che oscilla nervosamente – con tutte le possibili gradazioni – tra i romantici principî e la più bieca necessità. Sono i mesi chiave della Repubblica di San Marco, più precisamente un anno e un giorno: dalla proclamazione della Repubblica stessa (22 marzo 1848) fino alla fatale sconfitta dei Piemontesi a Novara (23 marzo 1849). Dodici mesi nei quali i rapporti tra Venezia e Torino si dibattono tra gli antichi orgogli della Repubblica e un pragmatismo che, molto più dell’idealismo, spinge verso l’unità con il Piemonte.

Lo scoppio del Quarantotto veneziano, e i suoi protagonisti

«Partito il mio messaggio d’ieri, le cose di questa città mutarono faccia come per incanto1». Le parole del console sardo Faccannoni non potrebbero meglio far capire quanto improvviso e sorprendente sia stato, nel pomeriggio del 22 marzo 1848, lo scopo del Quarantotto veneziano. In realtà, quel fuoco covava sotto la cenere: il 21 sera, c’era stata una riunione a casa di Daniele Manin2, che quattro giorni prima insieme con Niccolò Tommaseo era stato liberato dal carcere, in cui era stato rinchiuso un paio di mesi prima, e aveva arringato la folla agitando il proprio fazzoletto – ricorderà egli stesso – fino a ridurlo a brandelli3. Caratteristica nota molto romantico-risorgimentale per il leader di questa rivoluzione, che del resto aveva dalla sua una notevole forza mediatica ante litteram legata al proprio cognome. Nato a Venezia nel 1804 da famiglia ebraica, il giovane Daniele in origine aveva cognome Fonseca (o, secondo altre fonti, Medina); convertitosi poi al cristianesimo, secondo l’usanza di allora aveva assunto il cognome del proprio padrino. Questi era nientemeno che uno dei fratelli di Lodovico Manin, ultimo doge di Venezia, deposto nel 1797 a seguito del trattato di Campoformido.

Di tutt’altro stampo Niccolò Tommaseo, l’altro grande nome di una rivoluzione veneziana che – contrariamente alle parallele vicende romane – non ha protagonisti venuti da lontano come Garibaldi e Mazzini, ma è invece animata e gestita da figli della Serenissima. Nato a Sebenico nel 1802, Tommaseo proviene dunque da una landa – il litorale dalmata – che era terra di San Marco sin dal 1412, e che, proprio a cavallo della nascita di Tommaseo, era stata veneziana poi francese poi austriaca. Forse anche da questo particolare si può cogliere l’origine del suo caratteristico atteggiamento nei mesi della rivoluzione antiaustriaca, tipico della sua vita da giornalista viaggiatore e dunque assai più incline al commento e al consiglio, che non ai diretti ruoli di governo tipici invece dell’avvocato Daniele Manin (col quale pure Tommaseo non esiterà a far blocco in più di un’occasione4). Manin del resto, portando come visto il cognome dell’ultimo doge ed essendo comunque – nel giudizio dello stesso Tommaseo – «più veneziano di spiriti che italiano»5, doveva divenir per forza il simbolo umano della rinata indipendenza, nonché di quella forma di governo repubblicana che abbraccia l’ideale di un popolo6, ma che è da molti giudicata «intempestiva e dannosa»7.

Rifondazione repubblicana

Repubblica di Venezia”: denominazione che aveva illuminato con il proprio prestigio e la propria potenza la storia europea dei secoli precedenti, e che era stata cancellata dal turbine napoleonico con il trattato di Campoformido del 11 ottobre 1797. Passata all’Austria con la Pace di Presburgo del 1806, al momento della Restaurazione Venezia era stata confermata parte dei dominî di Vienna in Italia, entrando così a far parte del Regno Lombardo-Veneto. È del resto proprio l’onda lunga dei moti viennesi a scatenare, il 18 marzo 1848, le celeberrime Cinque Giornate di Milano; nell’ultima di esse, il 22 marzo, la rivoluzione inizia anche a Venezia.

In un momento in cui tali moti scoppiano un po’ dappertutto in Europa, naturalmente si segue l’onda generale senza che ad essa corrisponda un disegno uniforme e preciso: qualcuno – come i torinesi – mira alla monarchia costituzionale, qualcuno – come i romani – mira a destituire il proprio sovrano, qualcun altro – come i veneziani – mira a recuperare la propria indipendenza. In tale quadro, poco conta quale sia la forma di governo; ma il prestigio di una storia ancora recente, il cognome di Daniele Manin e numerosi altri fattori spingono irresistibilmente per la rifondazione della Repubblica.

Dietro tale etichetta, una sostanza assai variegata. A Venezia, gli Austriaci non sono in realtà così malvisti: nel 1836, avevano ristrutturato prontamente il teatro “La Fenice” dopo l’incendio che lo aveva distrutto; nel 1846, avevano costruito il ponte ferroviario che ancora oggi collega Venezia alla Terraferma e che all’epoca – per lo meno al di qua della Manica – rappresentava quanto di più avveniristico potesse esistere nell’ancora molto embrionale materia dei treni8; e, in generale, il governo asburgico era visto da molti come costruttivo, assai più che repressivo. Va del resto notato che Vienna comanda in laguna da ormai più di quarant’anni: lasso di tempo sufficiente perché gli austriaci insediatisi a Venezia – e in modo del tutto particolare i loro figli – si sentano ormai gente del posto9. Circostanze ed opinioni confermate del resto dal pacifico e ordinato passaggio di poteri dalle autorità austriache al neocostituito Governo Provvisorio, che si rifletterà del resto in una notevole continuità nel funzionamento delle istituzioni10: il Governatore Palffy passa la parola al comandante militare Zichy, che firma una e vera e propria capitolazione concordando con Manin l’istituzione di una Guardia Civica che dovrà vigilare sull’ordine pubblico, e che vede dunque la luce in un quantomai bizzarro clima di collaborazione istituzionale – o per lo meno di «resistenza legale»11 – tra il governo rivoluzionario e il governo spodestato12; Guardia Civica che del resto, nella vicende che ci accingiamo a narrare avrà un ruolo pesante e assai mutevole, non di rado anche politico, reso ancor più complesso da un equivoco iniziale di istituzione e di funzioni13 nonché dal fatto che il suo capo, il vecchio ufficiale napoleonico Angelo Mengaldo, fosse antico rivale in amore di Daniele Manin14.

Quest’ultimo, dal canto suo, non disdegnerebbe una soluzione federalista15; qualcun altro pensa invece di chiamare a capo di una Venezia indipendente l’arciduca austriaco Ranieri; altri ancora pensano a mantenere l’unione politica con Milano, ma tale punto di vista – come vedremo – va di moda molto di più nella provincia veneta; e infine vi è chi – come la Marina16 – pensa al Piemonte. Non solo la Marina, ovviamente; perché il neonato governo provvisorio, bramoso com’è di essere riconosciuto dai principali Stati esteri, invia a Torino una circostanziata lettera in cui precisa:

«La nuova Repubblica Veneta dichiara abbastanza la ragione dell’origine sua e i suoi intendimenti con la bandiera che innalza, dove l’antico Leone è circondato dai colori italiani che lo proteggono come iride di pace […]. Non solamente la Repubblica intende conservare con tutti gli Stati d’Italia la pace osservandone tutti i diritti, ma stringere con essi lega fraterna della quale la lega doganale non darà che un segno e un effetto17».

Ad onta dunque di una marcata forma di «patriottismo locale»18, Venezia non disdegna certo di intessere legami con gli altri stati italiani (e in particolare, per quel che qui ci interessa, con Torino). In quel particolare momento storico, prevale ancora l’idea di una federazione guidata da papa Pio IX; ma, passando dal piano ideologico a quello concreto, le aspirazioni unitarie fanno capo a Carlo Alberto. Non a caso dunque il nuovo governo veneziano, come abbiamo appena visto, si affretta a spiegare ai torinesi che la forma repubblicana è solo una concessione alla tradizione; concessione che del resto non è certo cara a tutti, se è vero che, consultando i documenti ufficiali dell’epoca, può capitare di imbattersi in fogli intestati “Il Governo provvisorio della Repubblica Veneta” nei quali, sulle parole “della Repubblica”, è stata tirata una riga a mano…19. Il tutto, insomma, ben lungi da pericolose suggestioni giacobine (alias, in pratica, regicide); si tratta, in altre parole, di una sorta di «repubblica senza repubblicani»20.

Tali precisazioni sono molto care a chi, sulle rive della Laguna, sa che gli Austriaci hanno semplicemente dato luogo a una ritirata strategica da Venezia e dal Veneto e che, senza aiuti dall’esterno, la nuova Repubblica non potrà certo tirare avanti.

L’atteggiamento di Torino

Nel momento in cui muove guerra agli Austriaci scatenando la Prima Guerra di Indipendenza, il governo di Torino – inutile nasconderselo – mira soprattutto a Milano, sogno sfiorato durante la Guerra di Successione Polacca, quando il capoluogo lombardo era stato temporaneamente occupato dalle truppe piemontesi, poi non confermato dai trattati stipulati a conclusione di quella guerra.. Certo, l’appassionato proclama con il quale Carlo Alberto dà inizio alle ostilità si rivolge ai “Popoli della Lombardia e della Venezia”, ma ciò è solo in ossequio al fatto che Milano sia capitale del Regno Lombardo-Veneto: il proclama viene infatti resto pubblico il giorno 23 marzo 1848, soltanto all’indomani della sollevazione veneziana della quale, dunque, a Torino non si ha alcuna notizia21. È infatti necessario qualche giorno perché a Torino giunga la lettera di Faccannoni scritta proprio quello stesso 23 marzo, con la quale abbiamo aperto il presente contributo; e a maggior ragione è necessario qualche giorno in più perché lo stesso Faccannoni possa far pervenire a Torino la lettera del Governo Provvisorio che abbiamo già citato, e che parte da Venezia il 28 marzo. A questo punto il ministro degli Esteri Franzini espone un programma marcatamente federalista, e dunque poco incline alla diretta conquista di Venezia; atteggiamento del resto “capiente” rispetto alle pressioni degli inglesi, i quali, nella persona dell’ambasciatore Abercromby, premono affinché il Piemonte si accontenti della Lombardia e lasci il Veneto ritorni all’Austria22.

Simili notizie ed attestazioni non valgono però certamente a chiarire l’atteggiamento di Torino nei confronti di un’eventuale annessione non solo di Milano, ma anche di Venezia. Il tutto cade del resto in un quadro straordinariamente complicato, principalmente a causa delle inattese svolte che vanno maturando, nelle stesse settimane, in quel di Roma.

Il voltafaccia di Pio IX

Abbiamo già ricordato che, nei primi mesi di quel 1848, chi aspira all’unificazione nazionale spesso immagina che a capo di un’Italia “una e indivisibile” possa essere collocato papa Pio IX. Tale ipotesi, che obbedisce alle dottrine neoguelfiste teorizzate da Vincenzo Gioberti nel suo Primato morale e civile degli italiani del 1843 e si integra perfettamente con il sogno di un’Italia con Roma capitale, sembra trovare naturale sbocco e sostegno nell’elezione al soglio pontificio di papa Pio IX.

Il cardinale Giovanni Maria Mastai Ferretti, nativo di Senigallia e dunque non rampollo delle più potenti famiglie romane, è succeduto a papa Gregorio XVI, il quale nel 1831 aveva chiesto l’intervento degli austriaci per reprimere la secessione delle legazioni emiliane e romagnole dello Stato Pontificio; al contrario Mastai Ferretti durante quei moti funge da mediatore a livello locale23, e nel 1832 viene nominato vescovo di Imola, giusto nel cuore dei territori più inquieti, dove immediatamente si guadagna la simpatia dei liberali moderati per il suo carattere affabile e le sue tendenze concilianti e aperte24. Eletto poi papa nel 1846 con il sostegno della corrente riformista (mentre la corrente conservatrice sostiene il card. Luigi Lambruschini), il 14 marzo 1848 ha concesso lo “Statuto fondamentale pel Governo temporale degli Stati di Santa Chiesa”, alias la prima costituzione nella storia della Stato Pontificio, che, in questo caso, significa anche la prima possibilità che in esso possa sedere un Parlamento, nonché un governo guidato da persona diversa dal pontefice, e addirittura da un laico. Non sarà abbastanza per salvare Pio IX destituzione, dalla fuga a Gaeta e dalla proclamazione della Repubblica Romana, che sarà effimera tanto quanto quella di San Marco; ma è invece abbastanza, in questo momento, perché l’Italia tutta guardi a lui con particolare speranza, e soprattutto perché – venendo al nostro caso – egli giochi un ruolo tutto particolare nelle vicende veneziane.

Non dobbiamo infatti dimenticare che a quell’epoca il territorio dello Stato Pontificio si spinge fino alla riva destra del delta del Po (che non a caso è ancora oggi il confine tra l’Emilia-Romagna e il Veneto); le truppe pontificie hanno dunque la possibilità di attestarsi a soli venti chilometri da Chioggia, posizione perfetta per intervenire a sostegno dei veneziani. Detto, fatto: nei primi giorni di aprile, consistenti truppe si concentrano all’estremo confine nordoccidentale degli stati papali; al loro comando, secondo la tipica tradizione esterofila degli eserciti pontifici, viene chiamato il generale Giovanni Durando. Il fatto che si tratti di un piemontese doc – era nato a Mondovì nel 1804 – contribuisce ovviamente a rinsaldare l’asse filounitario Roma-Torino. Asse che però rischia di spezzarsi bruscamente il 29 aprile con le fin troppo chiare parole dell’allocuzione Non semel di Pio IX:

«Non semel, Venerabiles fratres, in Consessu Vestro detestati sumus nonnullorum audaciam, qui Nobis, atque adeo Apostolicae huic Sedi eam inferre injuriam non dubitaverant, ut Nos a sanctissimis Preadecessorum Nostrorum institutis, atque ab ipsa (horrendum dictu!) Ecclesiae doctrina non uno in capite declinasse configerent. Verum nec hodie desunt qui de Nobis ita loquuntur, quasi praecipui Auctores fuerimus publicarum commotionum, quae novissimo tempore nedum in aliis Europae locis, sed in Italia quoque acciderunt. Ex Austriacis praesertim Germaniae regionibus accepimus, disseminari inibi in vulgus, Romanum Pontificem et missis exploratoribus, et aliis adhibitis artibus Italos populos excitasse ad novas publicarum rerum commutationes inducendas»25.

Il cambio di rotta, insomma, in teoria non potrebbe essere più radicale. Non lo è però, altrettanto, in pratica, anche perché il pontefice è letteralmente preso tra due fuochi: da un lato l’ultraconservatore collegio cardinalizio, di fronte al quale non a caso è stata pronunciata la Non Semel; dall’altro la fazione riformatrice laica, che ora, per effetto del nuovo Statuto, può insediarsi alla guida della neonata istituzione di governo nella persona di Terenzio Mamiani della Rovere, che assume formalmente la carica giusto il 4 maggio – cinque soli giorni dopo la Non Semel –, ma che già il 2 maggio ha convinto il pontefice a una notevole correzione di rotta26:

“Noi siamo alieni dal dichiarare una guerra, ma al tempo stesso ci protestiamo incapaci di infrenare l’ardore di quella parte di sudditi che è animata dallo spirito di nazionalità degli altri italiani”27.

Da tali sollecitazioni contrastanti nasce un autentico capolavoro dell’arte della diplomazia: mentre a parole Pio IX viene incontro alle fin troppo immaginabili pressioni della chiesa austriaca, nei fatti il pontefice non richiama le truppe (che del resto già per conto loro tenevano in assai scarsa considerazione l’opinione del papa…28), lasciandole dunque a venti chilometri da Chioggia al comando – pensa un po’ – di un generale piemontese. Cui, dunque, Carlo Alberto non dovrà ora che far sussurrare qualche parolina nell’orecchio…29..

La missione di Paleocapa

In un simile scenario, è ormai indispensabile per Venezia instaurare regolari rapporti diplomatici con Torino. Intendiamoci, non che tale opzione appaia a tutti l’unica; ma a tutti appare ormai la più pragmatica. Con il dietrofront di Pio IX il progetto italiano è infatti ormai spezzato in due; se lo Stato Pontificio si chiama fuori, non è neppure pensare all’annessione del Regno delle Due Sicilie, che non a caso si autodefinisce «protetto per tre lati dall’acqua del mare e per un lato dall’acqua santa», e che comunque – fino al colpo di mano di Garibaldi di dodici anni dopo – sarà sempre visto come qualcosa di troppo potente e lontano. In altre parole, le aspirazioni patriottiche sono costrette a contrarsi verso l’idea di un Regno dell’Alta Italia, la cui capitale naturale – anche sulla scorta dei trascorsi napoleonici – dovrebbe essere Milano; ai milanesi tutto ciò piacerebbe molto, ma in realtà sono loro i primi a dover invocare il soccorso albertino, cosa che a maggior ragione – dunque – deve fare Venezia.

A tale scopo, si sente la necessità di inviare alla Corte di Carlo Alberto una «persona autorevole per ingegno e per nome, che sia interprete a sua maestà della gratitudine de’ desideri nostri30». La scelta cade su Pietro Paleocapa, il quale, già solo per il fatto di non essere un esponente del patriziato veneziano (era nato a Nese, presso Bergamo, nel 1788), appariva idoneo a farsi latore delle istanze – come si diceva allora – «fusionistiche», spiegando intanto per l’ennesima volta la forma di governo repubblicana non rappresentava alcun pericolo31. Nella sua qualità di membro del primo Governo Provvisorio, già il 14 aprile – prima dunque del voltafaccia pontificio – aveva del resto concepito un’inequivocabile lettera a Carlo Alberto:

«Eccellenza,

Se tutta l’Italia deve tributare a Sua Maestà, il Re di Sardegna i più vivi atti di grazie per essersi fatto il campione dell’indipendenza italiana, tanto maggiore è quest’obbligo per le Provincie della Lombardia e della Venezia».

Sull’onda di tali note – che rappresentano la naturale risposta al proclama albertino del 23 marzo – Pietro Paleocapa giunge al quartier generale piemontese, che, nel quadro delle ormai iniziate operazioni belliche, si è stabilito a Volta Mantovana. Ottima l’accoglienza riservatagli32, con la quale si perfeziona quello scambio di rappresentanti diplomatici che, da parte piemontese, vede l’invio a Venezia del genovese Lazzaro Rebizzo: personaggio «ricco, senza professione determinata, letterato, viaggiatore», il quale ha il compito di spiegare ai veneziani che Torino non vuole «influire in nulla sulla scelta del reggimento politico [vale a dire della forma di governo, la quale dunque può benissimo essere repubblicana, n.d.A.]; che le armate austriache intervengono solo per cacciare l’Austriaco al di là delle frontiere, e che non bramasi se non la indipendenza d’Italia»33.

All’ottima accoglienza di Paleocapa fa immediatamente seguito l’offerta di truppe, che Paleocapa stesso non esita ad accettare, così peraltro eccedendo il mandato conferitagli, il quale si limitava alla richiesta di “capitani atti a guidare le nostre milizie”34. Quali milizie, però, non si sa di preciso. La guardia civica ha un ruolo sicuramente di polizia, talora politico, di certo non militare; e per il resto Venezia, che da brava ex repubblica marinara già non ha certo dalla sua una solida tradizione in fatto di truppe di terra, appare difesa soltanto da qualche migliaio di soldati “Napoletani e Romagnoli con Romani e Lombardi e Piemontesi e Siciliani e Toscani e Modenesi e Dalmati e Svizzeri e Inglesi e Olandesi e Ungheresi e Francesi e Greci e Albanesi e Boemi e Tedeschi”35, ricchi nello spirito ma spesso completamente privi di armi, di addestramento e di disciplina. Circostanze inevitabilmente prodotte anche dall’atteggiamento delle province venete, cui dobbiamo dunque dedicare il prossimo paragrafo.

La situazione nel resto del Veneto

Se tutto ciò che abbiamo detto sino ad ora è vero per la città di Venezia, non altrettanto può dirsi per l’attuale Regione Veneto nonché per l’attuale Friuli, vale a dire per la maggior porzione degli antichi Stati di Terraferma della Serenissima36. Se in laguna il moto del 22 marzo mirava (almeno nei sogni) a ricostruire un’indipendenza, in provincia il medesimo tentativo era visto come il restauro di un’antica dominazione. Per le altre città, infatti, l’armistizio di Campoformido non aveva significato la perdita dell’indipendenza, bensì il passaggio da un padrone ad altri padroni. Da qui un atteggiamento delle Province Venete che, in queste settimane, non appare certo improntato a costante solidarietà nei confronti di Manin e soci. Inizialmente, non mancano concrete adesioni alla Repubblica da Treviso, da Padova, da Vicenza e da Rovigo37, con relativo invio di delegati38; ma l’opinione pubblica della Provincia va poi sempre più orientandosi in senso filomilanese, in nome di una fratellanza lombardo-veneta cementata nei trent’anni abbondanti trascorsi dalla Restaurazione, e a sostegno di quel Regno dell’Alta Italia con capitale Milano del quale abbiamo parlato nei paragrafi precedenti. In tal senso vanno gli indirizzi della neoistituita consulta delle Province Venete, che non a caso ha sede non a Venezia, bensì proprio in provincia, e alla quale non a caso i veneziani non aderiranno mai39.

Del resto, tale scarsa vicinanza tra Venezia e le Province Venete sta per essere più che mai ampliata40. Dopo essersi ritirati da Venezia e inizialmente anche dal Veneto, gli Austriaci fanno nuovamente affluire verso i loro possedimenti italiani consistenti truppe al comando del generale Nugent, per fronteggiare le quali il generale Durando fa finalmente attraversare il Po alle truppe pontificie (che sono ufficialmente agli ordini di Carlo Alberto sin dall’11 maggio), attuando uno spettacolare taglio attraverso la Pianura Padana in direzione di Vicenza41. Ivi convergono però anche le truppe austriache, che il 10 giugno, nella Battaglia di Monte Berico, infliggono a Durando una pesante sconfitta che segna l’inizio della reconquista asburgica. A fine giugno cade la fortezza di Palmanova, mentre è già iniziato l’assedio di Osoppo, che, ultima roccaforte della momentanea indipendenza veneta, resisterà addirittura fino ad ottobre. Ma Venezia è ormai priva di argini terrestri contro l’inevitabile assedio austriaco; indispensabile, dunque, poter contare su aiuti provenienti dal mare.

La situazione sul mare

Abbiamo già accennato che, al momento della rivoluzione di marzo, la quasi totalità della flotta veneziana si trova ormeggiata nel porto di Pola, che, come tutta l’Istria, è parte dell’Österreichisches Küstenland – la Provincia austriaca del Litorale42 – e resta saldamente in mani asburgiche durante tutta la vicenda che stiamo narrando. Per la prima volta forse nella sua lunga storia, Venezia si trova ad aver più esercito che marina43. E, se la situazione del suo esercito è quella che abbiamo già descritto, è facile immaginare che Venezia abbia particolare bisogno di navi amiche…

Su tali fronti, gli aiuti piemontesi presentano qualche ovvia difficoltà. La flotta sabauda – che, dal 1815, non è altro che quella della ex Repubblica di Genova – per giungere al largo di Venezia è infatti costretta a doppiare lo stretto di Messina: viaggio già lungo in sé, ulteriormente allungato dal fatto che nella flotta non vi siano ancora navi a vapore. Come se non bastasse, la navigazione – iniziata il 26 aprile sulla scorta delle pressanti istanze veneziane44 – viene ritardata dai venti contrari, il che fa sì che le speranze di un pronto intervento navale non si rivolgano a Torino, quanto a Napoli. La marina militare del Regno delle due Sicilie è infatti più vasta, più moderna (attrezzata com’è di numerose unità a vapore) e soprattutto più vicina, visto che il Regno meridionale si affaccia sull’Adriatico da Capo Santa Maria di Leuca fino al Tronto (vale a dire fino all’odierno confine tra Abruzzo e Marche). Peccato che re Ferdinando II adotti un atteggiamento molto simile a quello del papa: fa prima partire la flotta, poi la blocca all’altezza di Ancona visto anche l’incipiente blocco navale austriaco45. Qui, si assiste però a una disobbedienza generale: le navi napoletane, imitando i propri connazionali delle truppe di terra, decidono di proseguire e giungono al largo di Venezia il 16 maggio, pochi giorni prima di quella sabauda. A quel punto si rischierà di ingaggiare un grottesco scontro fratricida, visto che i napoletani scambiano le navi piemontesi per navi austriache46; una triste anticipazione di quella troppo scarsa integrazione tra le flotte che avrà luogo subito dopo l’Unità, e che, nel 1866 porterà al disastro di Lissa…

Il voto per la fusione e l’armistizio Salasco

Con gli austriaci sempre più vicini per via terra, e con la situazione navale che abbiamo appena descritto, a Venezia ci si rende sempre più conto che il sogno repubblicano è destinato a tramontare, e che le residue speranze di non cadere nuovamente in mani austriache – almeno per chi crede che ciò sia un male – sono ormai affidate alla fusione con il Piemonte, il quale, battendo gli austriaci a Pastrengo e a Goito, pare ormai destinato a prevalere sugli austriaci nella pianura veneta. Le ultime resistenze in tal senso – quelle, soprattutto, di Daniele Manin – sono travolte dalla notizia della sconfitta di Vicenza, e la relativa consultazione popolare viene convocata una prima volta per il 18 giugno. Ulteriori tentativi di boicottaggio, uniti a un certo crescente sostegno popolare alla repubblica segnalato anche dal console sardo47, fanno slittare le votazioni fino al 4 luglio, quando la fusione, nonostante la fervida opposizione di Manin48, viene approvata con una schiacciante maggioranza sostenuta da un pronunciamiento della Guardia Civica49. Tocca naturalmente a Paleocapa farsene ambasciatore presso il governo di Torino, che nomina commissario per Venezia il marchese Vittorio Amedeo Colli di Felizzano, assistito da Luigi Cibrario sotto la presidenza del veneziano Castelli, “avvocato di molta fama, d’ingegno acutissimo e di rara facondia”50. Scelte piuttosto diverse da quelle operate per Milano: non infatti un’eminente personalità del luogo – come è appunto a Milano il commissario Giuseppe Durini –, bensì due piemontesi che forse di cose veneziane non sanno molto, anche se – come vedremo – finiranno per dimostrare sincera affezione alla causa. Nel frattempo, come nuova bandiera veneziana viene issato il 7 agosto il vessillo sabaudo, sempre però con il Leone di San Marco, che, pur se ormai relegato in un angolino del vessillo stesso, non si dedide a abdicare…51.

Nemmeno però il tempo di pianificare, durante il mese di luglio, l’integrazione di Venezia nelle istituzioni sabaude, che una nuova tegola giunge sulla testa dei già molto provati rivoluzionari veneziani. L’esercito sardo non mette infatti a buon profitto le vittorie di Pastrengo e di Goito; e gli austriaci, dopo aver – come sappiamo – battuto le truppe pontificie a Vicenza, a fine luglio sbaragliano i piemontesi nella prima battaglia di Custoza. Non resta a Torino che uscire senza onore dalla guerra, sottoscrivendo il 9 agosto l’armistizio passato alla storia con il nome del suo firmatario piemontese, il generale Carlo Canera di Salasco (per l’Austria, firma invece il generale Heinrich von Hess). A Venezia, il Governo Provvisorio si rifiuta di riconoscere l’armistizio, poiché afferma che esso, in violazione degli accordi di fusione, sia stato deliberato senza previa consultazione della Consulta veneziana istituita proprio dai provvedimenti attuativi della fusione; tale posizione radicale è cavalcata anche e soprattutto dai commissari piemontesi, che rifiutano di dimettersi. E tale posizione così radicale – che invano da Torino si cerca di temperare52 – offre agli Austriaci il pretesto per continuare le ostilità53, violando il principio di diritto internazionale secondo cui un trattato esplica i propri effetti sull’intero territorio di ciascun Stato contraente, comprese addirittura le colonie e dunque a maggior ragione i territori così annessi. Ostilità che, a questo punto, Venezia si trova oltretutto a dover gestire in terribile solitudine…

Verso Novara

Il terremoto politico conseguente all’armistizio Di Salasco provoca la caduta del governo provvisorio veneziano. L’11 agosto, Daniele Manin assume la dittatura, che due giorni dopo è sostituita da un triumvirato composto dallo stesso Manin, da Cavedalis e da Graziani. L’Assemblea veneziana proclama: “Venezia resisterà all’Austriaco a ogni costo”54. Siamo ormai verso la fine dell’estate, e dunque delle campagne militari: l’inverno 1848/49 trascorre nel vano tentativo di disturbare il sempre più pressante blocco austriaco con una serie di audaci sortite pur sempre sostenute dal più o meno occulto finanziamento sabaudo55. Con l’arrivo della primavera, a Torino si coltivano speranze di rivalsa sugli austriaci: il nuovo ministro della guerra, generale Alfonso la Marmora, ha tentato una riorganizzazione dell’esercito, il cui comando viene affidato al generale polacco Wojciech Chrzanowski. Ma tutto ciò non vale a rendere le truppe sabaude all’altezza di quelle austriache, che il 23 marzo 1849 trionfano nella “fatal Novara”.

Epilogo

La sconfitta di Novara, che cade un anno e un giorno dopo l’insurrezione capitanata da Manin e Tommaseo, viene curiosamente comunicata a Manin proprio dal comandante austriaco dell’assedio56. Giusto quattro giorni prima, le truppe napoletane di Guglielmo Pepe hanno lasciato la città57. Di fatto, è l’atto di morte della Repubblica di San Marco: la cui “gloriosa e memorabile difesa”58 durerà ancora cinque mesi, fin quando, tra le sempre più numerose processioni religiose in nome della residua speranza59, all’assedio da terra e al blocco navale non si aggiungeranno la carestia e il colera:

Sui rotti nugoli

Dell’Occidente

Il raggio perdesi

Del sol morente,

E mesto sibila,

Per l’aura bruna,

L’ultimo gemito

Della laguna.

Passa una gondola

Della città:

Ehi! della gondola

Qual novità ?

Il morbo infuria…

Il pan ci manca…

Sul ponte sventola

Bandiera bianca! ―60.

Il governo provvisorio della Repubblica di San Marco firma la propria capitolazione nelle mani degli austriaci a Villa Papadopoli il 22 agosto 1849. Affinché si attui la già deliberata fusione con il Piemonte, bisognerà attendere ancora diciassette anni.

1Lettera del 23 marzo 1848 in AST, Corte, Materie Politiche per rapporto all’interno, Consolati Nazionali, Venezia, n 447.

2DEPOLI, I rapporti tra il Regno di Sardegna e Venezia negli anni 1848 e 1849, Modena, Società Tipografica Editrice Modenese, 1959, I, p. 45. V. anche, diffusamente, RADAELLI, Cenni biografici di Daniele Manin, Firenze, Succ. Le Monnier, 1889.

3BRUNETTI – ORSI – SALATA (a cura di), Daniele Manin intimo – Lettere, diari e altri documenti inediti, Biblioteca Scientifica del Regio Istituto per la storia del Risorgimento Italiano, Serie II, vol. IX, Roma, Vittoriano, 1936, p. 213.

4AA.VV., Venezia, L’epopea del 1848, Milano, Gussoni, 1899, p. 23.

5TOMMASEO, Memorie storiche inedite (a cura di Paolo Prunas), Firenze, Le Monnier, 1831, P. 11.

6CESSI, Roma e Venezia nel 1849, in Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, Tomo CVII – Parte prima, p. 201.

7RADAELLI, Storia dello assedio di Venezia negli anni 1848 e 1849, Napoli, Tipografia del Giornale di Napoli, 1865, p. 57.

8Si pensi, per confronto, che il ben più breve ponte sul Po di Moncalieri, punto di partenza della prima linea ferroviaria del Regno di Sardegna, sarà inaugurato soltanto il 24 settembre 1848.

9RADAELLI, Storia dello assedio…, cit., pp. 75 s.

10BARIZZA (a cura di), Il Comune di Venezia e la rivoluzione del 1848-49, Venezia, Arsenale Editrice, 1991, p. 17.

11Pare che tale espressione sia stata coniata dallo stesso Nicolo Tommaseo. V. ORSI, Manin e le memorie di Tommaseo, in Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, Tomo XC, p. 554.

12CESSI, La capitolazione di Venezia del 22 marzo 1848, Venezia, Officine grafiche Carlo Ferrari, 1848, p. 8.

13CESSI, La capitolazione…, cit., p. 10.

14In gioventù, i due avevano infatti condiviso la passione per la nobildonna veneziana Carolina Fossati. V. BRUNETTI – ORSI – SALATA (a cura di), cit., pp. 14 ss.

15DUDAN, Gli ordinamenti costituzionali di Venezia negli ani 1848 e 1849, In Ateneo Veneto, 1-2, luglio-agosto 1939, op. 78.

16La flotta veneziana, come vedremo, si trovava in quel momento nel porto di Pola. L’opinione qui riportata proviene dunque dal personale di terra.

17AST, Corte, Materie Politiche per rapporto all’interno, Consolati Nazionali, Venezia, n 288/2.

18Così DEPOLI, cit., I, p. 7.

19ASVE, Governo provvisorio di Venezia, b. 33, documento del 13 agosto 1848.

20DEPOLI, cit., I, p. 72.

21DEPOLI, cit., I, p. 28.

22DEPOLI, cit., I, p. 230.

23 Durante i moti rivoluzionari del 1831 ha funto da mediatore tra i rivoltosi di Rieti e le truppe pontificie evitando una brutale repressione

24Così MARTINA, Pio IX (1846-1850), Roma, Università Gregoriana Editrice, 1974, p. 90.

25«Non è la prima volta, Venerabili Fratelli, che nel Vostro Consesso abbiamo condannato l’audacia di alcuni i quali non ebbero difficoltà di fare a Noi, e per conseguenza a questa Apostolica Sede, l’ingiuria di far credere che Noi Ci fossimo discostati dai santissimi istituti dei Nostri Predecessori, e che (orribile cosa a dirsi!) in più d’un capo Ci fossimo allontanati dalla dottrina della Chiesa. Però nemmeno adesso mancano coloro i quali parlano di Noi e Ci considerano i principali Autori dei pubblici movimenti che negli ultimi tempi non solo in altre parti d’Europa, ma anche in Italia sono accaduti. Principalmente dai Paesi Germanici dell’Impero Austriaco sappiamo che ivi si divulga che il Sommo Pontefice, per mezzo di esploratori mandati colà e per mezzo di altre arti, abbia eccitato i Popoli d’Italia a promuovere nuovi mutamenti nelle pubbliche cose»

26CALLERI, Giuseppe Mazzini e la Roma del Popolo – La Repubblica Romana del 1849, Messina, Mazzini Society, 2001, p 16.

27BRANCATI – BENELLI, Terenzio Mamiani della Rovere cattolico liberale e il risorgimento federalista, in Divina Italia, Pesaro, CaRiPs, 2004, p. 205.

28CALLERI, cit., p. 14.

29RADAELLI, Storia dello assedio…, cit., p. 93.

30Sono le parole con cui Daniele Manin, qualche settimana dopo, commenterà tali fatti. AST, Corte, Materie Politiche per rapporto all’interno, Consolati Nazionali, Venezia, n 294/2.

31RADAELLI, Storia dello assedio…, cit., p. 95.

32DEPOLI, cit., I, p. 28.

33DEPOLI, cit., I, pp. 105 e 107.

34Anche in questo caso, le parole sono di Daniele Manin. AST, Corte, Materie Politiche per rapporto all’interno, Consolati Nazionali, Venezia, n 294/2.

35La travolgente – e sempre un po’ ironica – elencazione non può che portare la firma di Tommaseo. V. TOMMASEO, cit., p. 225. Ruolo del tutto particolare avranno le truppe napoletane comandate da Guglielmo Pepe, per la cui specifica vicenda v. PALADINO, I Napoletani a Venezia nel 1848, Venezia, Regia Deputazione, 1919, In Nuovo Archivio Veneto, Nuova Serie, XXXVIII.

36Ricordiamo che tali Stati di Terraferma comprendevano anche territori lombardi, a partire dalle città di Bergamo e Brescia. Qui, ci riferiamo soltanto alle terre situate ad est del Lago di Garda e del Mincio, tuttora confine tra la Regione Lombardia e la Regione Veneto.

37AA.VV., Venezia, L’epopea del 1848, cit., p. 20.

38DEPOLI, cit., I, p. 176.

39Tutto ciò era vero, naturalmente sul piano politico. Tutto diverso – come spesso in questi casi – sul piano amministrativo, dove Venezia continua di fatto a esercitare la propria giurisdizione anche sulla provincia. Si veda ad esempio ASVE, Governo provvisorio di Venezia, b. 10, passim.

40RADAELLI, Storia dello assedio…, cit., pp. 134 s.

41DEPOLI, cit., I, p. 214.

42Si tratta del territorio che, pur nel quadro delle molte oscillazioni di confine nel corso della storia, corrisponde alla Venezia Giulia. Tale denominazione però, a quell’epoca, non esisteva ancora: sarà ideata soltanto nel 1863 dal linguista goriziano Graziadio Isaia Ascoli.

43RADAELLI, Storia dello assedio…, cit., p. 270.

44DEPOLI, cit., I, p. 335.

45DEPOLI, cit., I, p. 242.

46DEPOLI, cit., I, p. 341.

47AST, Corte, Materie Politiche per rapporto all’interno, Consolati Nazionali, Venezia, n 472/312.

48Annota lo stesso Manin nelle sue memorie: “Nel 4 luglio 1848 il partito repubblicano, senza battaglia, cede il campo, non come vinto, ma per sentimento di generosa abnegazione, senz’alcun indizio di debolezza, rannodato, a bandiere spiegate, conservando i suoi capi. Quindi la sua autorità morale fu non solo conservata, ma accresciuta, e lo rese capace d’assumere la difesa della città, quando il partito sardo dovette ritirarsi”. V BRUNETTI – ORSI – SALATA, cit., p. 222.

49DEPOLI, cit., I, p. 252.

50Così il sempre salace Niccolò Tommaseo. V. TOMMASEO, cit., p. 28.

51DE GIORGI, Venezia nel 1848 e 49 – Supplementi storici, in Archivio Veneto, tomo IX, parte I, 1876, p. 21.

52DEPOLI, cit., I, p. 512.

53Comunicano infatti da Torino: «Si annunzia che l’Austria, contrariamente all’articolo 4° dell’armistizio, blocca Venezia e si prepara ad attaccare questa città per sottometterla a viva forza. Una tale violazione dei patti segnati non può essere tollerata, ed il governo del Re non saprebbe, senza mancare ai suoi doveri, e senza avvilirsi in faccia a tutta l’Europa, soffrire che l’Austria, inorgoglita per un successo momentaneo, violi in tal modo la fede dei trattati». V. RADAELLI, Storia dello assedio…, cit., p. 217.

54RADAELLI, Storia dello assedio…, cit., p. 270.

55RADAELLI, Storia dello assedio…, cit., p. 251. Vi anche ASVE, Governo provvisorio di Venezia, b. 81.

56DE GIORGI, cit., p. 38.

57AA.VV., Venezia, L’epopea del 1848, cit., p. 41.

58Così RICOTTI, Storia d’Europa, Torino, Paravia, 1891, p. 679.

59PASCOLATO, I profughi veneti e lombardi a Venezia nel 1848, in Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti

VI, 1927, pp. 138 ss.

60Arnaldo Fusinato, L’ultima ora di Venezia, vv. 9-24.

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