Volkswagen. Quell’auto di un popolo oggi tradito con gran dolore

Posted On 28 Set 2015

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Volkswagen: letteralmente, “l’auto del popolo”. Nome comune divenuto proprio per volontà di un certo Adolf Hitler, che negli anni Trenta perseguiva la motorizzazione di massa del popolo tedesco e curò personalmente l’analisi dei tre prototipi che vennero proposti, dei quali uno ad opera di un certo Ferdinand Porsche. E’ destino che, quando si parla di auto, l’immagine di Hitler sia un po’ meno tetra del solito: del resto, fu lui l’ideatore della prima grande rete nazionale di autostrade, che durante la Guerra suscitò l’ammirazione di un certo generale Eisenhower, il quale, divenuto Presidente degli Stati Uniti, trasformò idealmente le Autobahnen in Interstate.

Tornando ai veicoli, Hitler voleva sostanzialmente compiere la stessa operazione che Mussolini aveva compiuto con la Topolino; ma – mentre il Duce si avvalse all’uopo della preesistente Fiat, e non a caso volle inaugurare personalmente lo stabilimento del Lingotto – il Führer comandò la fondazione di un’industria apposita, che vide la luce in quel di Wolfsburg e si chiamò, per l’appunto, Volkswagen.

Senonché, quando il nuovo stabilimento era a malapena pronto a sfornare i primi modelli, correva già l’anno 1938. A questo punto della storia, Hitler ridiviene quello che tutti conoscono, e la neofondata industria Volkswagen – con relativo stabilimento di Wolfsburg – venne ovviamente destinata allo sforzo bellico. Così, bisognerà attendere il dopoguerra e la rinascita dell’industria tedesca perché la vocazione popolare della Volkswagen trovi la sua reale espressione. Ne nascerà il Maggiolino, che non ha certo bisogno di presentazioni ma che, in realtà, così popolare non fu. Forse lo fu di più, qualche decennio dopo, la Golf, che sarà per tanti anni l’automobile più venduta in Europa, pur senza mai essere protagonista – anche in questo caso – del segmento più economico del mercato.

“C’è da fidarsi”, recitava qualche anno fa uno slogan della Volkswagen che ironizzava sulla possibile origine di un cigolio, che dopo i timori dell’automobilista si rivelava del tutto estraneo all’auto protagonista dello spot. Uno slogan che oggi appare tristemente ironico a un Volk (popolo) vistosi quantomai tradito da quelle Wagen (auto) che pure per tanti decenni erano state garanzia di straordinaria affidabilità e di buon rapporto qualità-prezzo.

Questa parte della storia, come tutti sanno, è troppo recente. Difficile a questo punto capire quanto la Volkswagen potrà essere vittima di se stessa; delle campagne severe e un po’ folli sui motori diesel; di norme sulle emissioni forse pensate più per la teoria che nella pratica. Ora è il momento delle battute sulla bocca di tutti, delle barzellette che ironizzeranno su quel “c’è da fidarsi”, delle storpiature del pretenzioso motto “Das Auto” (l’auto per antonomasia, insomma). E soprattutto è il momento di rapide – ma, si spera, non troppo frettolose – indagini che ci diranno che tutti lo facevano, e soprattutto che tutti lo sapevano. Un po’ come sempre – direbbe Indro Montanelli – nei misteri italiani.

Peccato solo che, questa volta, il mistero non sia italiano ma tedesco. Ed ecco l’impatto culturalmente più devastante della vicenda: la – se non altro momentanea – ridicolizzazione del mito teutonico della precisione, dell’efficienza e dell’estraneità a tutte le cose brutte che si fanno a Sud delle Alpi. Un mito che, in un periodo storico in cui l’influsso tedesco sulla politica e sull’economia europee è ampiamente inviso, molti avevano voglia di picconare di santa ragione. Un terrificante Sturm und Drang sui tradizionali dolori goethiani del popolo teutonico. Per curarsi, i tedeschi non potranno esimersi dal venire ancor più spesso in vacanza in Italia…

Roberto Codebò

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