
Terminata la tre giorni di Mercato dei Vini della FIVI resta la bella favola di chi, spesso in silenzio e lontano dai riflettori, sa produrre grandi vini.
È un lunedì del 1994, sono in macchina da solo diretto verso la Langa del Barolo. Guido e penso agli ultimi avvenimenti. Mia figlia ha 4 anni e nei giorni scorsi ha avuto la febbre. Aveva freddo e gli incubi. Sognava che la banda Bassotti le rubava tutti i giochi. Ieri stava meglio, così sono partito.
Mi pregusto una giornata tra le cantine del re dei vini per assaggiare e comprare tutto il Barolo 1990 che mi piacerà. Fino ad esaurimento delle forze, fisiche e finanziarie. È una tradizione di famiglia collezionare il vino dell’anno di nascita dei tuoi figli, tanto più che tutti dicono che il 1990 è un millesimo eccezionale.
Esattamente è il 14 novembre, sono appena stati riaperti i ponti di Pollenzo e di Cherasco che attraversano il Tanaro. Salgo a La Morra e ripenso all’alluvione di domenica scorsa, alle vite distrutte, ai campi allagati, alle case che non esistono più. A chi ha perso gli affetti più cari, o ha visto svanire il lavoro di una vita.
Anche a Torino il fiume ha fatto danni. Con circospezione e in sicurezza avevo portato mia figlia sul ponte più alto, perché la piena del Po è pur sempre un avvenimento. Ricordo quando ha visto un ceppo enorme che galleggiava in acqua a velocità vorticosa. «Guarda, un masso!» grida. «Ora sbatte contro l’arcata laterale del ponte» dico io. Invece no, sterza e lo schiva, navigando oltre. Ricordo di aver riso quando ha urlato, entusiasta «un masso con gli occhi!».
Penso che mi piace l’ingenuità sincera e l’allegria dirompente dei bimbi mentre varco la soglia di una bottega al numero 18 di via XX Settembre che oggi non esiste più. Compro il salame d’le cone e le frisse alla salumeria Piumatti e comincio il mio giro.

Cerco i tre bicchieri della Guida del Gambero Rosso, che allora era anche di Slow Food. Prendo il Bricco Luciani di Grasso e non verrei più via per la squisita ospitalità di Federico e Marilena. Acquisto il Rocche dell’Annunziata di Corino, quando Renato e Giuliano erano ancora insieme. Mi accomodo nella cantina di Mascarello ad assaggiare la Freisa che passa sulle vinacce di nebbiolo e Bartolo mi affascina con i suoi racconti e con quel Barolo così diverso da tutti gli altri. Compro il Paiana di Domenico Clerico e cantiamo insieme una canzone di Lucio Battisti, che lui amava. Paiana e Rocche li berremo il giorno della Cresima, che bella lotta tra due fuoriclasse!

Qualche azienda non mi apre, qualcuno non è in casa o non ha vino da vendere. Come è cambiata l’accoglienza in cantina da allora. Chi era gentile lo è rimasto, o lo ha trasmesso ai figli. I burberi hanno imparato a sorridere, altri sono diventati business men e basta. Oggi la ricchezza si tocca con mano, ma è giusto così.
Ho riempito il bagagliaio e quasi esaurito il budget quando decido di allungare e salire verso Castiglione Falletto. Prima di arrivare in paese volto a destra sullo sterrato, perché voglio passare dalla Tenuta Montanello. Di proprietà della famiglia Racca, la parte vitivinicola è curata dalla famiglia Monchiero, i loro mezzadri.
Arrivo in cima alla collina, apprezzo il silenzio e la tranquillità del posto. È un luogo che continua a piacermi pure nel 2021, anche se non è più lo stesso. Oggi Alberto Racca ha ricavato un bed and breakfast accanto all’azienda e le strade delle due famiglie si sono divise.
Deve essere Vittorio Monchiero la persona garbata che mi accoglie e mi fa degustare le riserve 1988 di Montanello e delle Rocche. Le Rocche di Castiglione sono vinificate in modo tradizionale, ma la riserva di Montanello passa in barrique, come negli anni ‘90 fanno i vini della nouvelle vague, della rinascita internazionale del Barolo. Una discussione accesa in quegli anni, spesso tra padri e figli, nonni e nipoti. Gli innovatori contro i tradizionalisti. Una contesa che si è smorzata con il tempo e con la scelta quasi unanime di non snaturare le uve nebbiolo con l’eccessiva tostatura del legno.

Il Barolo Montanello 1990 mi costa 11500 lire, per la Riserva 1988 ne spendo 14 mila. Compro anche la Riserva 1988 delle Rocche di Castiglione Falletto. Tutte le bottiglie hanno stampato in etichetta il nome Monchiero. Quel Barolo delle Rocche lo assaggio più volte negli anni, nel 2000, nel 2004 e ancora nel 2007. Non fa che migliorare. Magari si spoglia un filo, o cede lievemente nel colore, ma in bocca ha la pulizia e la pienezza che cerco.

Oggi Vittorio Monchiero ha la sua azienda ai piedi del paese, sulla strada per Monforte, appena dopo l’Argaj. Lo affiancano i figli Luca e Stefano.
Qualche giorno fa, ancora in un lunedì di novembre, quasi per caso incontro Luca al Mercato dei Vini della FIVI. Ripenso subito a quei giorni post alluvione. Sorrido quando penso che da allora non ho mai smesso di girare la Langa alla ricerca di qualche buona bottiglia. E che adesso non ho più neppure la scusa di mia figlia per mettere da parte il vino importante.
Luca Monchiero non era nato in quegli anni e non posso certo fargli perdere tempo per raccontargli questa storia.
Assaggio il Barolo Monchiero delle Rocche di Castiglione Falletto nel millesimo 2017. È pieno, netto, fresco. In una parola è un Barolo tradizionale, ben fatto. Vinificazione in acciaio, oltre un mese di macerazione sulle bucce a temperatura controllata, cappello sommerso. Poi botte grande.
Un ottimo Barolo, che il turista di passaggio può acquistare in cantina a circa 40 euro. Non prima di aver conosciuto papà Vittorio ed essersi fatto raccontare qualcosa di un passato che non c’è più.
Fabrizio Bellone