“Ecco come sarà il Torino Fringe Festival 2025”: intervista a Cecilia Bozzolini


Dal 13 maggio al 1 giugno arriva la nuova edizione del Torino Fringe Festival, con più di 40 spettacoli, tra prosa, danza, musica e performance sparsi per tutti i teatri della città. Ne abbiamo parlato con la sua presidente Cecilia Bozzolini.

Il titolo dell’edizione di quest’anno del Torino Fringe Festival è La vita è un’varietà. Perché questa scelta?

Sì, allora, noi selezioniamo gli spettacoli tramite una open call che esce in autunno, dopodiché evinciamo il tema dell’edizione in base alle proposte che arrivano, quindi cerchiamo sempre un fil rouge, una linea guida rispetto a quello che arriva e che poi viene selezionato. Abbiamo poi selezionato circa 30 spettacoli e abbiamo riscontrato un interesse  rinnovato per il linguaggio del varietà, e dunque un po’ per questo che almeno cinque  degli spettacoli in programma hanno questo tipo di formato e di tematica.

Anche se, dando un’occhiata al cartellone, i generi sono tanti.

Questo è nella natura del festival, ovvero avere un programma variegato che vede la mescolanza di più generi e linguaggi artistici, infatti non è un festival di genere, ci sono spettacoli che spaziano dalla prosa, alla musica, all’arte visuale, insomma tutto quello che è performing art, di cui la varietà del programma ma anche l’interesse rinnovato per questo tipo di linguaggio, tant’è che l’inaugurazione del festival sarà proprio basata su questo, abbiamo invitato La Conventicola degli ULTRAMODERNI che è un luogo cult della capitale di Roma e questo spettacolo sarà proprio un omaggio alla tradizione del varietà però in forma ultramoderna, infatti si chiama dal trapassato prossimo al futuro anteriore, ultra varietà.

Secondo te perchè proprio in questo periodo storico è ritornato questo genere?

Il varietà è un genere accantonato e forse adesso in realtà rispolverato in una chiave più moderna proprio perché gli anni del varietà erano gli anni del proibizionismo, dell’irriverenza e anche di un fermento culturale e penso che in questo momento ci sia bisogno di questo, un varietà che comunque dà una visione laterale della realtà, cioè a partire dalla realtà però commentandola  in un modo fresco ma nello stesso tempo profondo e riflessivo, come specchio proprio dei tempi. 

Nel festival di quest’anno ci saranno 40 spettacoli oltre 170 repliche in un panorama teatrale torinese che comunque ha un ottimo seguito, un pubblico molto numeroso indipendentemente. Ma il Fringe Festival che cosa vuole proporre di differente o comunque come vuole inserirsi nel panorama teatrale torinese?

Un po’ portiamo il nostro nome e che poi è anche il nostro fine, cioè Fringe significa “off”, quindi tutto quello che non è convenzionale, che è alternativo ai circuiti istituzionali, infatti i luoghi stessi degli spettacoli non sono i teatri canonici ma sono spazi alternativi, spesso non teatrali, in cui cerchiamo di portare lo spettacolo dal vivo proprio per avvicinare, accorciare le distanze tra spettatore e pubblico e tra chi crea e chi assiste.

Un’offerta comunque varia.

Noi cerchiamo di offrire una proposta molto varia, anche cercando di andare  incontro a quelli che sono i gusti del pubblico, ma nello stesso tempo cercare di proporre qualcosa  di nuovo, tant’è che la programmazione negli spazi non è di un singolo spettacolo con una singola replica, ma ogni spazio ne ospita almeno due, spesso diversi tra loro, in modo che chi è lì può assistere a uno spettacolo e anche a quello successivo o precedente che ha un tipo di proposta diversa e quindi magari il pubblico curioso viene poi anche attratto in questo modo.

Il festival sarà presente in qualche modo in tutta Torino, anche questa è una scelta voluta, no?

Sì, ci concentriamo su qualche zona proprio perché all’interno di uno stesso quartiere poi cerchiamo di fare in modo che sia possibile spostarsi comodamente da uno spazio all’altro, proprio nello spirito del festival che è di vedere quanti più spettacoli possibile in poco tempo, però nello stesso tempo c’è una diffusione su quartieri che appunto va dal zona di Aurora, Barriera di Milano, fino al centro e San Salvario, quindi da zone più periferiche a zone più centrali. 

Si parla spesso della crisi del teatro, da addetta ai lavori qual è il tuo punto di vista?

Il mio punto di vista è che sicuramente c’è molta crisi. Quello che noi tentiamo di fare resistendo a pandemie, crisi culturali, è di sostenere il più possibile la circuitazione degli spettacoli, cioè dare agli artisti la possibilità intanto di fare più repliche di seguito, che non è sempre così scontato ultimamente. Ma nello stesso tempo anche di essere visti dagli operatori del settore, che poi come una vetrina, vengono a vedere gli spettacoli, li acquistano per essere inseriti in altri circuiti, quindi facciamo anche da produzione di filiera.

C’è un motivo principale, secondo la tua opinione, per il quale si manifesta maggiormente questa crisi?

Io non trovo che la gente vada meno a teatro, anzi, almeno nel nostro caso, noi sono anni che abbiamo sempre, di anno in anno, crescita di pubblico. Poi soprattutto qua a Torino c’è veramente tantissima offerta e raramente capita di vedere teatri vuoti. È una crisi generale, culturale, dovuta a tagli di finanziamenti, ma che non hanno a che fare solo con la realtà torinese, cioè questa è purtroppo una crisi che si respira a livello nazionale, e non solo culturale. Poi è chiaro che con la  pandemia e la crisi generale c’è stato un bel calcio.

Infine, perché inviti il pubblico a seguire il Torino Fringe Festival e i suoi spettacoli?

Perché è una esperienza immersiva, che non è solo: “arrivo e assisto a uno spettacolo”, ma si vive l’esperienza del festival. Noi prevediamo moltissimi appuntamenti dopo spettacoli, i nostri tradizionali after, in cui è possibile per il pubblico incontrare gli artisti e quindi parlare, conoscersi e creare relazioni e questo per noi è importantissimo ed è quello che secondo me fa fidelizzare il pubblico.