
Intervista a Giovanna Bagnasco, la più giovane delle sorelle dell’Agricola Brandini. Sogni, realtà e progetti di un’azienda giovane, coniugata al femminile.
Incontro Giovanna Bagnasco nell’azienda di La Morra che conduce insieme alla sorella Serena. Tra una passeggiata in vigna, una visita in cantina e una degustazione mirata mi racconta la storia dell’Agricola Brandini e i punti fermi dai quali non si torna indietro.
«Fin dall’inizio sapevo che sarei stata destinata a girare il mondo, come faccio cinque mesi l’anno per promuovere il vino. È un universo complesso, sento che talvolta tende ad allontanare le persone, quando, invece, per una cantina giovane come la nostra è fondamentale portarle qua».

Mi incuriosisce conoscere qualcosa del rapporto con la sorella, sapere come distribuiscono i ruoli e se vanno d’accordo.
«Abbiamo due anni di differenza e uno splendido rapporto, siamo un po’ il bianco e il nero ma questo aiuta perché siamo complementari e molto amiche. Siamo entrambe pienamente in produzione, con un palato simile e preferenze molto mirate che ci aiutano a essere concordi sulle scelte e sulla visione di quello che facciamo. Mi reputo fortunata».

Radici in Alta Langa, dove, su cinque ettari tra Lequio Berria e Benevello, l’Agricola Brandini produce tre etichette di metodo classico.
«Il bello dell’Alta Langa è che il bosco e le altre colture coprono il 90% dell’area, il vigneto è marginale. Il progetto vino ha riportato valore in un territorio che negli ultimi 50 anni si è spopolato, con la terra che veniva data via quasi gratis a chi poteva farci il fieno».

Non tutti percepiscono quanto possa essere complesso il lavoro in vigna.
«La parte verde è complicata da gestire ed è pure quella che è cambiata di più. Esporre il suolo nudo crea problemi di caldo, quindi non ariamo né accorciamo l’erba dell’interfila; è importante tenerla per evitare che un terreno arido e secco non riesca ad assorbire le bombe d’acqua che tendono a erodere la parte più ricca di suolo. Non la tagliamo, la pieghiamo con un rullo che la spezza e la lascia a terra facendo un effetto tappeto, protettivo del suolo e apportatore di ombra».
L’esperienza in vigna e il clima che cambia ti fanno capire stagione dopo stagione come adattarti. Anche la viticoltura è cambiata molto negli ultimi anni.
«Chi lavorava la terra negli anni ’80-’90 racconta che i nemici erano umidità e freddo; spesso si raccoglieva quando nevicava perché l’uva non maturava mai. Ecco perché si facevano lunghi affinamenti in botte, da lì nasce l’idea che il Barolo va aspettato 20 anni prima di berlo. Si diradava in vigna, si concentrava, si diserbava, si costruiva un giardino inglese perché si pensava che l’erba avrebbe aggiunto umidità e problemi. Ma quelle uve e quei vini erano sempre un po’ verdi».

Oggi l’idea è diversa.
«Nell’annata fredda soffriamo ancora umidità e muffa ma oggi siamo all’opposto: per ogni insetto, erba o animale c’è un predatore a tenere sotto controllo la situazione, se azzeri tutto è più facile che arrivi un’infezione o un problema. I nostri trattamenti sono naturali, non penetrano il sistema-vigna ma dobbiamo farli più spesso perchè, banalmente, se piove vengono lavati via».
Camminando tra i filari scorgo piante che crescono più di quanto vedo di solito.
«La gestione della parete foliare del nebbiolo è delicata, è una pianta è molto vigorosa in grado di salire a 3-4 metri di altezza. In un’annata calda, di stress idrico, se tagli in cima chiedi alla pianta di concentrare acqua e nutrimento, togliendoli dal frutto, per destinarli a fare altre foglie inutili. Ecco perché oggi si cima meno».
Mi spiega come bloccare i pori delle foglie, evitando che perdano acqua e vadano in protezione accartocciandosi.
«Dall’estate 2022, con da sbalzi termici esagerati giorno e notte, usiamo un trattamento a base di alghe, una specie di crema solare per evitare che la pianta vada in stress idrico».

Una procedura che porta beneficio al vino.
«Gli stress idrici estivi causano sbilanciamenti di maturazione dell’uva e ti consegnano vini che appaiono molto pronti e aperti, come è capitato di assaggiare nel 2017 e nel 2022, ma hanno tannini verdi dovuti alla maturazione troppo rapida degli zuccheri».
Difetti che non si correggono più in cantina.
«Se parti da una base non bilanciata sarà complicato regolare l’uva dopo. Ti trovi a gestire un vino da una parte aperto e dall’altra chiuso, se vai troppo lungo in macerazione o in botte lo apri troppo e lo ossidi, se lo lavori più velocemente il tannino resta verde».

Dal 2017 sperimenta la fermentazione a grappolo intero su alcuni vigneti singoli.
«Sul Barolo Cerretta e sul Brandini uso una vasca a grappolo intero e una diraspata e trovo che la percezione di freschezza sia maggiore in quella a grappolo intero, dove si percepisce meno l’alcol. Serve una perfetta salute delle uve e un raspo legnificato che non apporti nulla al vino: a quel punto il raspo mantiene gli acini integri, la spinta aromatica è maggiore, l’estrazione del tannino risulta più delicata».

C’è un vino che non smetterebbe mai di produrre.
«Al Dolcetto mi legano tanti ricordi di famiglia e di casa, quando il Barolo non si era ancora espresso agli attuali livelli. Ha tantissime potenzialità, a me piace la sua vena quotidiana fresca, leggera, aromatica. Diano e Dogliani hanno il vantaggio di non aver completamente ripiantato il Dolcetto a Nebbiolo e questo ne fa dei leader della denominazione».

C’è una cosa che non smetterebbe mai di fare.
«Declinare una vigna e un suolo per renderli in un vino è una delle cose che mi piace di più fare; quella bottiglia ti dà un senso di appartenenza, quando la assaggi sai dove stai andando. Cerchiamo di vinificare vigne e parcelle singole per dare l’espressione di quel posto, poterlo gustare è una cosa molto speciale».
Fabrizio Bellone