
La nascita di vetture ormai già storiche come la 500 e la Multipla e una carriera straordinaria da designer. Abbiamo conversato con Roberto Giolito, attuale capo di Stellantis Heritage Italy e dell’Heritage Hub di Torino.
Partiamo dalle basi della tua storia, prima dell’Heritage Hub. Sei arrivato in Fiat grazie ad un annuncio letto sulle pagine del Corriere della Sera.
Nell’era pre-internet (1988) le inserzioni degli annunci di lavoro si leggevano sui quotidiani e ebbi modo di rispondere ad un’inserzione pubblicata sul Corriere della Sera e su Repubblica contenenti questo laconico messaggio: “importante gruppo industriale italiano cerca designer di automobili”. Nello specifico si trattava della ricerca di due figure da assumere in uno staff professionale per la crescita del quale, evidentemente, non vi erano sufficienti candidature spontanee per poter aumentarne l’organico senza ricorrere ad una ricerca a largo spettro. L’assunzione si perfeziona nel 1989, dopo aver sostenuto un’illuminante (per me) colloquio con l’architetto Ermanno Cressoni, allora direttore del Centro Stile Fiat.
Quindi questa passione per l’auto era già presente prima della tua entrata in Fiat?
La mia passione per le auto è innata. Culturalmente la mia famiglia ha sempre visto, soprattutto con la figura di mio padre, una grande attenzione nel memorizzare le caratteristiche e le tipologie di veicoli di ogni genere. Dunque, sulle automobili c’è stata proprio una educazione familiare, e anche per il disegno. Mi piaceva apprendere da mio padre, che non era un disegnatore professionista, come disegnare meglio rispetto alla media dei miei compagni di scuola e controllando la prospettiva anche per i bozzetti più rapidi.
L’argomento di questi disegni erano quasi sempre le auto.
Si, a scuola i miei compagni mi chiedevano di disegnare nei loro diari le loro auto preferite, ma spesso mi discostavo dalla realtà introducendo in quelle vetture disegnate delle modifiche.
Facciamo ora un salto in avanti e parliamo dei tuoi progetti. Uno dei tuoi maggiori successi è la Multipla.
Ma intanto va detto che la Multipla nasce da un’idea di efficienza totale su come sfruttare una nuova tendenza architetturale ottenendone il massimo delle prestazioni e dello spazio. Innanzitutto, in cambusa immaginiamo una cucina con pochi ingredienti. Non c’era la ridondanza di un supermercato, c’erano solo degli ingredienti, pochi e quelli necessari per fare, diciamo, un prodotto sperimentale del quale non era possibile immaginare in maniera precisa i volumi di vendita. In quegli anni, così come in Fiat, anche in Renault e in PSA le monovolumi stavano prendendo campo come nuovo archetipo di segmento, immaginandone l’inserimento nei cataloghi affianco alle berline tradizionali, alle station wagon e hatch-back. A noi venne l’idea di sviluppare una vettura monovolume unica nel suo concetto, che non vuol dire necessariamente con volumetria mono cellula, bensì con l’intuizione di sfruttare lo spazio al meglio, che ci portò a sviluppare un abitacolo con 6 sedute identiche disposte affiancate per 3 su 2 file .

Una grande idea.
Questo fu geniale perché ci ha consentito di superare un vincolo legale con i nostri cugini PSA, (con cui costruivamo già monovolumi di grandi dimensioni in joint-venture come la Fiat Ulysse, la Lancia Z). Ecco, allora c’era una scrittura privata che diceva appunto che non ci saremmo dovuti far concorrenza con altre sei posti, se non di lunghezza totale inferiore a 4 metri….
Una soluzione particolarmente ingegnosa.
Io sono particolarmente convinto che la Multipla rappresentasse un eccellente risultato di design. Perché al di là della forma inusuale e poco rappresentativa per chi vuole, soprattutto, vestirsi con un abito convenzionale, la Multipla suggerisce una volumetria totalmente diversa, tagliata su una linea “equatoriale” che corrisponde alla linea di cintura, dove l’abitacolo, vetrato e grande, offre una capienza ideale per stare appunto affiancati in tre, quindi senza problemi nel guidare e muoversi senza troppi vincoli.

E un grande progetto di gruppo.
Io sono sempre molto riconoscente a tutto il team di progettisti e soprattutto dei modellisti, perché in realtà la Multipla avrebbe potuto essere molto meno sofisticata e curata nelle superfici e in certi dettagli senza il loro prezioso e insostituibile apporto. A tutti apparve subito una macchina diversa, a volte giudicata assurda, ma poi, in effetti, per chi l’ha avuta, chi addirittura c’è nato, scaturì quasi una dipendenza, una necessità materiale nel disporre di un mezzo versatile e pratico, e oggi la acquisterebbe a qualsiasi prezzo.
Un altro progetto importante è anche la 500.
Innanzitutto, bisogna dire che nel 2002 nasce l’Advanced Design: uno dei dipartimenti di cui mi potrei anche fregiare di averne fondato il primo nucleo nella nostra azienda. È partito con una sede… non in California o in qualche amena località della Costa Azzurra…ma nel centro di Mirafiori! Questo gruppo ha avuto l’onore di sviluppare il design per il progetto di innovazione “il più piccolo, il più sicuro”. Un progetto per ridurre sostanzialmente gli sbalzi dalla ruota verso l’esterno sull’anteriore, quindi compattare la vettura sui suoi reali ingombri, chiaramente aumentandone la sicurezza.
Che divenne poi la 500 che conosciamo ora.
Si, presentai un abito che riproponeva un approccio volumetrico “alla 500”, ma senza nostalgia, e piuttosto puntando ad una attualizzazione del concetto originale. Una 500 nel DNA, cioè partorita dalla Fiat Casa Madre che l’aveva generata nel ‘57. In realtà fu proprio reinterpretata con una visione totalmente proiettata nel futuro. L’unica licenza rétro o storica fu proprio data dall’interpretazione del volume della 500 di Dante Giacosa, cioè fatta a tre masse principali, ovvero: il padiglione appoggiato sulle spalle, leggermente più larghe (che sono la linea che si prolunga verso il cofano come fascia centrale), e poi il volume sottostante, ben piazzato a terra, con i passaruota ben accennati, donando stabilità a tutta la vettura.
Venne presentato a Ginevra…
Venne presentato a Ginevra come l’abito di un concept car “tecnologica” impostato sulla sicurezza (eccezionale per i tempi) per un’auto di piccole dimensioni. Fu invece una breccia tra tutti gli amanti delle auto, perché ognuno vi ha riconosciuto un valore proprio, compresa buona parte della concorrenza che venne a vederla nel nostro stand. Addirittura, le copertine di Auto Motor und Sport e di Top Gear erano tutte con lei. Tutti al salone la chiamarono 500, nonostante il suo nome di battesimo fosse “Trepiuno”…. In realtà, poi fu detto che non l’avremmo mai costruita, ma dopo un anno il CdA Fiat ci ripensa e, per fortuna, si inizia con lo sviluppo del progetto di produzione.

Infine, l’ultimo progetto di questa tua lunga carriera è proprio il nuovo dipartimento Heritage e l’Heritage Hub come nuovo museo del Gruppo. Come è nata questa nuova avventura?
Arriva al culmine della mia carriera nel design, perché fino al 2015 ho diretto tutto il design del gruppo FCA per l’area Europa-Medio Oriente-Africa. Una promozione molto importante per me, perché prima di me nessuno dei miei colleghi in passato era riuscito ad arrivare ad un livello manageriale così alto crescendo all’interno dell’organizzazione. Era usanza assumere persone dall’esterno per questo ruolo, e fui scelto per dirigere il Cetro Stile verso il quale ho avuto sempre una grande attaccamento, quasi a considerarlo una mia seconda famiglia e casa. Verso la fine del 2015 mi viene chiesto di consolidare il bagaglio storico del gruppo e di fondare un dipartimento appositamente dedicato a questo e allo sviluppo di servizi per la clientela dei veicoli storici dei nostri marchi.
Quello che è adesso è diventato questo museo.
Heritage Hub nasce nel 2015 su idea di Sergio Marchionne. Abbiamo iniziato mettendo su una squadra che si potesse occupare di gestione, preservazione, promozione e offerta di servizi per la clientela e per valorizzare una collezione di circa 300 vetture, organizzandoci in un head quarter operativo di 15.000 MQ, che non è solamente uno spazio espositivo e di conservazione, ma anche uno luogo fisico dove poter studiare l’automobile, incontrarsi con studenti e maestri, offrire le nostre competenze a chi ne abbia la necessità ai fini di un restauro o di una certificazione di autenticità, oltre a generare dei veri e propri gioielli da collezione, come sono le nostre vetture speciali, prototipali o customizzate che siano.